Tumore al seno, nuova arma. E nel team c’è la valtellina

Tumore al seno, nuova arma. E nel team c’è la valtellina

Paola Bonetti è nel gruppo di lavoro che ha scoperto la molecola che blocca la crescita delle staminali del cancro. Ha studiato al “Nervi” di Morbegno: «A 18 anni non pensavo che sarei diventata ricercatrice in ambito biomedico»

C’è anche un cervello valtellinese, quello di Paola Bonetti, dietro la scoperta che aiuterà a combattere il tumore del seno controllando la crescita delle sue cellule staminali. Il meccanismo apre la strada a nuovi farmaci capaci di colpire selettivamente il “motore” del tumore, ossia di interrompere la proliferazione delle cellule staminali che lo rigenerano continuamente. Il lavoro è stato condotto nel gruppo diretto dal dottor Francesco Nicassio nei laboratori del Center for Genomic Science dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) a Milano.

«È stato un lavoro di squadra in cui ognuno ha messo a disposizione le proprie competenze, siamo particolarmente soddisfatti» dice Bonetti, classe 1978, cresciuta a Talamona e poi trasferitasi a Morbegno. Un curriculum scolastico brillante sin dall’inizio: un diploma al liceo scientifico P.L. Nervi nel 1997 col massimo dei voti; quindi l’Università degli Studi di Milano, corso di laurea in Biotecnologie Farmaceutiche, dove si è laureata nel febbraio 2003 manco a dirlo con 110/100 cum laude; poi il dottorato in Medicina Molecolare, curriculum Oncologia Molecolare, alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (Semm)-Università degli Studi di Milano, conseguito nel settembre 2008 e il post-dottorato presso l’istituto Oncologico di ricerca della Svizzera italiana a Bellinzona. Di seguito c’è stata l’esperienza lavorativa a New York nei laboratori del dottor Andrea Ventura.

Un bagaglio ben equipaggiato, al quale ha pensato sin dall’inizio?

Non avevo le idee chiare da subito, sono sempre stata attratta dalle materie scientifiche e dalla biologia in particolare, ma a 18 anni non immaginavo minimamente che sarei diventata ricercatrice in ambito biomedico. Dopo la laurea, ho avuto una proposta di dottorato e da lì è iniziato il mio percorso nella ricerca.

Un percorso che l’ha condotta verso una carriera esemplare.

Ma come sono stati gli inizi di una studentessa valtellinese?

I primi periodi a Milano sono stati duri, la Valle mi mancava e aspettavo il weekend per tornarci e soprattutto nelle fasi iniziali della mia carriera ero titubante se proseguire o meno, sapendo che non avrei avuto possibilità di svolgere questo lavoro in Valtellina. Sicuramente mi ha aiutato nel percorso scolastico la buona preparazione che le scuole in Valtellina, soprattutto il Nervi di Morbegno, danno».

Cosa l’ha convinta a restare in Italia?

Sono rimasta prevalentemente per motivi personali, la famiglia soprattutto. Per fortuna a Milano ci sono ottimi centri di ricerca e si riesce a lavorare bene con mezzi e tecnologie all’avanguardia. Purtroppo le prospettive lavorative in Italia rispetto al Nord Europa (Germania, Inghilterra, soprattutto) sono minori, ci sono scarse possibilità di avere un lavoro a tempo indeterminato e quindi ci si adatta ad una condizione di precarietà permanente. Conciliare la famiglia con il lavoro non è semplice, soprattutto in una città come Milano. Però ho la fortuna di avere ampia libertà sugli orari e sull’organizzazione del lavoro.

Come mai proprio quest’area di ricerca? E a che punto è oggi il settore?

I tumori sono la seconda causa di morte nel mondo Occidentale (Italia), dopo le malattie cardiovascolari, e per molti tipi di tumori ancora oggi non ci sono terapie efficaci. Sono stata da subito attratta dall’idea di studiare la biologia dei tumori e di cercare di capire i meccanismi con cui si sviluppano. Quella che noi chiamiamo tumore è in realtà l’insieme di malattie molto diverse, i tumori sono molto eterogenei, e questo è il motivo per cui su alcuni pazienti le terapie funzionano e su altri meno. Con l’avvento della genomica (e quindi lo studio del Dna) si punta a scoprire le differenze individuali e quindi a programmare una terapia personalizzata. Si sono fatti grandi passi in avanti grazie all’avvento delle nuove tecnologie, soprattutto grazie alla diagnosi precoce dei tumori, che è fondamentale per colpire i tumori negli stadi iniziali e garantirne la curabilità.

Ma chi la conosce e non opera nel suo ambito, cosa le domanda più spesso relativamente al tuo lavoro?

Due cose: com’è lavorare con le cavie da laboratorio, un tema che suscita molta curiosità nelle persone, e quando si otterrà la cura contro i tumori. Ovviamente in questo caso la risposta non è semplice, si sono fatti grossi progressi e per alcuni tipi di tumore si riesce ad avere un’altissima percentuale di guarigione, mentre per altri la strada è ancora lunga. Ribadisco l’importanza della diagnosi precoce.

I suoi obiettivi futuri?

Gli obiettivi sono di proseguire con questa ricerca e di entrare in maggiore contatto con la ricerca clinica per riuscire ad applicare le nostre scoperte in ambito terapeutico, magari sperimentano il nostro “nuovo farmaco” in combinazione con le terapie convenzionali, nella speranza di migliorare la prognosi nelle pazienti con il tumore al seno.

Se dovesse incentivare un giovane a seguire il suo esempio cosa gli direbbe?

Fare ricerca è bello e al tempo stesso faticoso, non si ha la certezza del risultato, si può lavorare per anni e raccogliere poco, ma quando si raggiunge il risultato la soddisfazione è impagabile. A un giovane consiglio di fare sicuramente un’esperienza all’estero per entrare in contatto con i migliori centri di ricerca mondiali e di non accontentarsi, ma puntare sempre al massimo.


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