«Terza ondata? A marzo  E prima di maggio  non ne saremo fuori»
Matteo Bassetti: «Bisogna avere più vaccini possibile»

«Terza ondata? A marzo

E prima di maggio

non ne saremo fuori»

Matteo Bassetti, direttore dell’Unità di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova

È un equilibrio difficile quello che va trovato tra l’allentamento delle misure restrittive per il Covid e la possibile ripresa dei contagi, secondo il professor Matteo Bassetti, direttore dell’Unità di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova.

«L’altalena proseguirà almeno fino a maggio o giugno - dice - quando avremo messo in sicurezza le persone con più di 80 anni. Certo, dovremo essere bravi a farlo con i vaccini che avremo a disposizione».

Professor Bassetti, ora anche i Servizi segreti ci dicono che i casi di contagio sarebbero sottostimati del 50 per cento.

«Mi piacerebbe capire su quali prove scientifiche lo dicono. I Servizi segreti non dovrebbero fare i medici: se hanno dei dati diversi, ce li facciano vedere, altrimenti sono dichiarazioni che lasciano il tempo che trovano».

Detto questo, appare evidente che non siamo in grado di intercettare la reale quantità di contagi presenti sul territorio.

«È vero, ma lo sapevamo anche senza il rapporto dell’Intelligence. Viene da chiedersi il perché di questo lavoro: vogliono rinchiuderci più di quanto lo siamo stati finora, o ce lo dicono per ricordarci che il virus circola di più?».

Piuttosto, il ritardo nella consegna dei vaccini la preoccupa?

«Si deve fare di tutto per avere più vaccini possibili. Il 7 dicembre è stato presentato un piano che oggi è profondamente cambiato: avevamo scommesso quasi tutto sul vaccino di AstraZeneca, che non solo è stato ritardato nell’approvazione, ma che è meno efficace di altri e ha una riduzione del 50 per cento delle dosi previste per l’Italia.

Come dire, tutto quello che non si doveva verificare, si è verificato».

In più, seppure l’Ema non l’abbia sconsigliato per gli over 65, la sua efficacia sulle persone più anziane non è stata ancora del tutto provata. Se l’Italia dovesse decidere di non somministrarlo a queste persone, come hanno già dichiarato altri Stati, cosa succederebbe?

«Ci sarebbe da rifare il piano vaccinale e avviare una nuova contrattazione con Pfizer e Moderna, oppure aspettare il vaccino di Johnson & Johnson».

Ma l’Italia e l’Europa potrebbero pensare di utilizzare altri vaccini?

«Credo che abbiamo chiuso troppo presto a quello russo. Bisognava trovare un accordo con loro perché presentassero rapidamente un dossier all’Ema. Quel vaccino è tecnicamente molto vicino a quello di AstraZeneca, ma pare che funzioni meglio. Quindi, visto che AstraZeneca era la nostra salvezza, potevamo pensare di lavorare di più anche con i russi o con altri Paesi, come la Cina. Questo non per usare domani i loro vaccini, ma quantomeno per valutarli».

Lei teme che le varianti del virus possano tornare a far impennare i contagi?

«Alcune varianti sono presenti nel nostro Paese da parecchio tempo, soprattutto quella inglese, e non mi pare che abbiano fatto aumentare i contagi. Certo, non si può escludere che l’impennata che abbiamo avuto in qualche area della Lombardia non fosse legata a una circolazione di qualche variante più contagiosa. Dobbiamo essere molto cauti e fare tanta attività di ricerca, andando a cercarle queste varianti. Ma è necessario attrezzare laboratori con strumenti in grado di farlo».

È possibile che una futura variante del virus possa rendere inefficace il vaccino?

«Le due varianti di cui tanto si parla in questo momento, la sudafricana e la brasiliana, hanno un’elevata capacità di scappare dalle difese immunitarie che siamo in grado di produrre naturalmente. Ciò vuol dire che potrebbe anche avvenire per l’immunità indotta dal vaccino. Però ad oggi segnalazioni di persone che hanno fatto il vaccino e si sono infettate con la variante brasiliana non ce ne sono.

E comunque, le aziende farmaceutiche hanno dichiarato di essere in grado, qualora ci fosse una circolazione importante di queste varianti, di poter produrre una dose di vaccino efficace anche per loro in poche settimane. L’importante è non far perdere nelle persone la fiducia nel vaccino, per non dare sponda agli scettici, che purtroppo sono molto presenti e che potrebbero, tra qualche mese, procurarci dei problemi».

L’Italia va verso graduali riaperture, altri Paesi in Europa chiudono. Chi ha ragione?

«Non dimentichiamoci che in realtà abbiamo un lockdown che dura ormai da tre mesi e che da un anno sono chiusi cinema, stadi e teatri.

Nelle aree in cui la situazione è migliore, bisogna dare un po’ di respiro, che non vuol dire “liberi tutti”, ma che consenta di dare una mano al commercio, alla scuola e ai luoghi di cultura. Abbiamo questo “sistema a colori” che mi pare stia funzionando. Credo sia giusto premiare chi ha lavorato meglio».

Lei ha parlato di una possibile terza ondata tra fine febbraio e inizio marzo. Da cosa potrebbe essere causata?

«Secondo me l’avremo, bisognerà solo vedere quanto sarà alta. Credo sia fisiologica per due motivi: la riapertura delle scuole porta a una crescita dell’Rt, con un possibile aumento dei contagi del 20% ed è un rischio che ci stiamo prendendo.

Dopodiché credo ci sia anche una correlazione con la stagione: l’anno scorso abbiamo avuto il picco intorno alla terza settimana di marzo, ed è probabile che nelle prossime 3-4 settimane avremo un nuovo incremento dei contagi».

Quanto andrà avanti questa altalena?

«Credo almeno fino a maggio o giugno, finché almeno avremo messo in sicurezza gli ultraottantenni e una parte delle persone più fragili. In questo modo abbatteremo i decessi di almeno il 50 per cento e le ospedalizzazioni del 60-70.

Se saremo bravi con i vaccini che abbiamo, potremo ragionevolmente pensare di fare un’estate in tranquillità»

Sergio Cotti

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