«Strage di Monaco, siamo sotto choc»
Alessandro Melazzini

«Strage di Monaco, siamo sotto choc»

Il regista Alessandro Melazzini: «Conosco quel centro commerciale, lì non ci sono ghetti». L’assassino abita a un chilometro da casa sua - «La polizia si è mossa bene, con discrezione e competenza».

Marisa Scherini

Marisa Scherini

Regista e produttore valtellinese, Alessandro Melazzini, vive e lavora a Monaco di Baviera da diversi anni e là ha fondato la sua società di produzione Alpenway. Venerdì sera, nelle ore di paura per la sparatoria nel centro commerciale Olympia, era in casa, a pochi chilometri da quel luogo, sempre nella zona nordovest della città. «Conosco quel centro commerciale - racconta Melazzini il giorno dopo -. Ci sono stato più volte, anche se di solito preferisco fare acquisti via internet. È un centro molto grande, frequentato dalla piccola borghesia del Nord Ovest di Monaco, dove c’è una forte presenza di immigrati, ma tutti integrati. A differenza delle banlieu francesi, si è evitata la creazione di ghetti, non ci sono situazioni problematiche o di pressione sociale. Monaco è una delle città più sicure d’Europa».

«Mi trovavo in casa al momento dell’allarme e ci sono rimasto perché polizia che ha informato tutti - ricorda il regista, autore tra gli altri di “Stelvio, crocevia della pace” -. La polizia ha fatto un eccellente lavoro, con sobrietà. La stanno lodando tutti, ha gestito bene la situazione. In trenta minuti c’è stato il blocco totale di tutto. Ho scoperto addirittura l’esistenza della app catwarn di polizia che avvisa per le emergenze. Finché si è pensato che gli aggressori fossero in tre, c’era molta tensione. Si sono sentite sirene ed elicotteri per tutta la notte. Al risveglio ho saputo che l’attentatore era uno solo, che si è rifatto a Breivik, l’autore della strage di Utoya. E che Ali Sonboly abita a un chilometro da casa mia, faccio sempre una passeggiata in quella zona. Ci sono passato stamattina (ieri mattina, ndr) e c’era la polizia, più tardi varie troupe della televisione. Prima c’era tensione, poi è tornata la tranquillità».

Aver chiarito in fretta colpevole e dinamica dei fatti ha aiutato. «Il primo segnale - continua Melazzini - che si trattasse di un aggressore isolato si è avuto nel filmato del tipo sul terrazzo che discuteva con un altro. Si è capito che non aveva preparazione militare. Ora anche polizia pensa a gesto imitativo di un folle, che aveva in casa libri sui folli omicidi, e forse una matrice politica non c’è. Ci sono ancora lo choc e la sensazione di averla scampata, contraccolpi si vedranno nei prossimi giorni. La paura direi che è al livello europeo, anche se pochi giorni fa c’era stato l’episodio sul treno. Il concetto di paura è profondo nella mentalità tedesca, ma non è cambiato molto. Il partito Alternativa per la Germania stava crescendo come voti, è forte e visto con preoccupazione, nasce a Est dove ci sono meno stranieri: significativamente dove ci sono meno stranieri c’è più razzismo. In Germania c’è più benessere rispetto ad altri Paesi, però ci sono anche sentimenti che possono diventare pericolosi e i neonazisti sono una minaccia concreta. Questa situazione può portare acqua al mulino dei partiti allarmistici, però in Germania si percepisce maggiore sicurezza nelle grandi città rispetto all’Italia e al resto d’Europa. Diciamo - conclude - che anche Monaco ha fatto le prove generali per il terrorismo 2.0, però la polizia è presente, discreta, previene ed evita situazioni di pericolo. Venerdì sera ha comunicato molto bene con la popolazione e gli abitanti hanno partecipato aprendo le porte a chi aveva bisogno o non sapeva dove ripararsi. Non perché un pazzo ha ucciso dieci persone mi sento meno sicuro a Monaco».

Vive a Monaco da dieci anni, dove lavora nella casa di produzione cinematografica Alpenway come assistente di Alessandro Melazzini. È Marisa Scherini, originaria di Ponchiera, che venerdì sera si trovava in un centro commerciale proprio nel centro della città.

«Stavo facendo alcuni acquisti e non sapevo nulla – racconta la donna -. Ho ricevuto alcuni messaggi di familiari e amici che mi chiedevano dove mi trovassi e se stessi bene, e da loro ho saputo della sparatoria in corso. Sono uscita da là per andare verso casa in bicicletta. A Marienplatz, la piazza principale, c’era una calma surreale, le persone erano ferme a fissare i telefoni. All’improvviso tutti hanno cominciato a scappare, c’era anche gente che gridava e mi sono allontanata più in fretta che potevo. Dal nulla hanno cominciato a urlare e scappare - ricorda ancora Marisa Scherini -. Quando il panico si diffonde, non c’è tempo per pensare, puoi solo prendere e scappare, non puoi accertarti di cosa sia successo. Ho saputo che il panico si è diffuso anche all’Hofbräuhaus, la famosa casa della birra lì vicina, dove alcuni clienti hanno rotto le finestre per fuggire e si sono feriti con le schegge di vetro. Le persone parlavano anche di sparatorie in centro, ma erano tutti falsi allarmi. Voci che circolano e si alimentano una con l’altra - continua -. Sul momento non puoi verificare e pensi solo ad allontanarti velocemente. Diciamo che per qualche minuto mi sono trovata in una situazione complicata».

Scherini abita nella zona a Sud della città. «Lì la situazione era senz’altro più tranquilla - aggiunge -. Ma fino a pochi anni fa vivevo a Nord, proprio a poca distanza dall’Olympia e ci andavo spesso a fare la spesa. È un centro commerciale enorme, un riferimento per tutto il quartiere, soprattutto nei weekend, e quella strada è molto frequentata. Oggi (ieri, ndr) sono rimasta in casa. Il mio quartiere tranquillo, ma lo era ancora più del solito. Penso che gente preferisca stare in casa, anche se si è saputo cosa è successo e si sono definiti meglio i contorni della drammatica vicenda. C’era stato l’attentato sul treno a Würzburg nei giorni scorsi, ma nessuno pensava alla possibilità di un attentato a Monaco. Ormai quando si sente una sparatoria si pensa a quello e si ha paura - conclude -. Devo dire che la polizia è stata fantastica, la collaborazione con i cittadini perfetta. Attraverso twitter, perché la polizia ha un account twitter, e i resoconti regolari in tv, ha tranquillizzato lo popolazione. Sono stati velocissimi, l’informazione è stata perfetta, tutti tenuti al corrente in tempo reale».

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