Settore alimentare, sciopero in vista anche in provincia
L’interno di un salumificio

Settore alimentare, sciopero in vista anche in provincia

I sindacati hanno presentato le iniziative promosse dopo la brusca interruzione delle trattative per il rinnovo del Ccnl industria alimentare, scaduto il 30 novembre. Un accordo che interessa circa 400.000 lavoratori a livello nazionale e ben duemila persone in provincia di Sondrio.

Dopo il panettone per gli alimentaristi è tempo di bocconi amari: c’è stata la rottura e si avvicina lo sciopero. I sindacati del comparto alimentare valtellinese hanno presentato le iniziative promosse dopo la brusca interruzione delle trattative per il rinnovo del Ccnl industria alimentare, scaduto il 30 novembre. Un accordo che interessa circa 400.000 lavoratori a livello nazionale e ben duemila persone in provincia di Sondrio.

Lo scontro è basato su questioni che Uila, Fai e Flai ritengono sostanziali. I sindacati giudicano, in particolare, inaccettabile «la pretesa di Federalimentare di voler concludere un accordo basato esclusivamente sulla penalizzazione complessiva delle retribuzioni».

«Il settore va bene, Expo e i dati relativi alle esportazioni degli ultimi mesi ce lo hanno confermato – hanno spiegato Vittorio Boscacci (Flai-Cgil), Daniele Tavasci (Fai-Cisl) e Donatella Canclini (Uila-Uil) -. Avevamo chiesto 150 euro di incremento salariale nel giro di quattro anni, invece ci è stato risposto che ci sarebbe spazio per un aumento di sette euro all’anno. Questa replica si commenta da sola».

Inoltre i sindacalisti rilevano che la piattaforma che non si limita a una rivendicazione salariale, ma rilancia le relazioni industriali e la partecipazione come elemento cardine di uno sviluppo condiviso. «L’auspicio è che le controparti rivedano le proprie posizioni di chiusura pregiudiziale e si aprano al dialogo su basi nuove e responsabili, lavorando per far ripartire un confronto necessario per arrivare al rinnovo e dare risposte concrete alle attese dei lavoratori».

Un’altra questione rilevante è quella dei precari. «Negli ultimi anni c’è stata una diffusione enorme del numero di lavoratori assunti non con contratti a tempo indeterminato, ma attraverso agenzie di somministrazione. Si tratta di lavoratori che non hanno certezze e spesso lavorano per brevi periodi, con ripetuti rinnovi. In vari casi, anche rilevanti per l’importanza delle fabbriche, si supera abbondantemente il 30% di personale assunto con questa strategia. Ne va della qualità della vita e del lavoro delle persone. Purtroppo Jobs act in questo ambito ha voluto dire al massimo trenta assunzioni, non di più. Il lavoro somministrato è ancora più comodo per le imprese».

Ecco, quindi, le conseguenze della rottura. I sindacati hanno deciso di interrompere le trattative e di proclamare lo stato di agitazione del settore, con l’immediato blocco degli straordinari e di tutte le flessibilità, e di programmare un fitto calendario di assemblee in tutti i luoghi di lavoro, un pacchetto di quattro ore di sciopero articolato a livello aziendale per l’ultimo turno del 22 gennaio e otto ore di sciopero nazionale il 29 gennaio. «Non possono fare pagare il prezzo di una crisi che non c’è stata ai lavoratori. Siamo nell’epoca dei social network, ma oggi come in passato l’unico mezzo che abbiamo per fare sentire la nostra voce si chiama sciopero, protestare sul web non basta».


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