«Seminare il bene. Adesso tocca a noi  fare come Marco»
I colori delle divise sul sagrato della chiesa di san Giorgio a Montagna dove ieri mattina in moltissimi hanno salutato Marco Gianatti

«Seminare il bene. Adesso tocca a noi

fare come Marco»

Toccante omelia di don Tullio. «Sei qui anche se non ti vediamo: ora aiuta i tuoi cari».

«Dio del cielo, Signore delle cime un nostro amico, hai chiesto alla montagna. Ma ti preghiamo ma ti preghiamo su nel paradiso, su nel paradiso lascialo andare, per le tue montagne».

Quando al termine della funzione religiosa per salutare Marco Gianatti questo canto è stato intonato dal coro parrocchiale, dai religiosi, dai fedeli e dagli amanti della montagna - per il quale “Il signore delle cime”, scritto da Giuseppe De Marzi è il testo simbolo - nessuno è riuscito più a trattenere le lacrime che, calde, hanno rigato il volto di tutti.

Toccante e straziante, ieri mattina, la celebrazione dei funerali nella chiesa di San Giorgio a Montagna in Valtellina di Marco Gianatti, il 35 enne tecnico di volo deceduto nel terribile incidente avvenuto venerdì 31 luglio sulle pendici della Cima di Zocca in Valmasino, dove sono morti anche il pilota Agostino Folini di Chiuro e Stefano Olcelli di Buglio in Monte. Da giorni si attendeva il nulla osta per officiare le esequie che una fiumana di persone ha seguito con commozione, nel ricordo di un giovane appassionato della montagna e dello sport, attivo nel mondo dell’associazionismo, e per stare vicina alla moglie Sara e alla piccola figlia Matilda di appena un anno, ai genitori, alla sorella e ai famigliari tutti.

Di fronte ad una tale tragedia, che ha scosso non solo una famiglia e una comunità ma l’intera Valle, non deve essere stato facile per il parroco, don Tullio Schivalocchi, trovare le parole per confortare, spiegare, rasserenare chi ha amato Marco, presidente dell’associazione Pt Skyrunning e volontario dei Vigili del fuoco e del Cnsas di Sondrio.

Lo spunto è venuto dal Vangelo di Luca: «Se il padrone sapesse a che ora della notte viene il ladro starebbe sveglio e non si lascerebbe scassinare la casa. Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo viene quando voi non ve lo aspettate».

Eppure, a 35 anni, lasciare moglie e figlia pare davvero troppo presto. Ma don Tullio ha aperto le porte della speranza con la sua omelia pronunciata lentamente, con un tono pacato, tranquillo, imponendo una riflessione intima e profonda, seppure dolorosa. «Sono giorni difficili quelli che le nostre comunità stanno vivendo, non solo Montagna, anche Buglio e Chiuro – ha detto -. In questi momenti ci rendiamo conto che le parole sono insufficienti a spiegare e a dare il senso puramente umano a quanto è accaduto. Dobbiamo aprire il cuore e la mente al Signore perché, solo con la ragione e l’intelligenza, non riusciamo a dare una spiegazione definitiva. La morte fa parte della nostra esistenza, siamo creature mortali e tutti dobbiamo passare per il mistero della morte. Ma noi cristiani abbiamo una speranza in più». Il punto chiave sono la morte e resurrezione di Gesù. Se non crediamo in questo, tutto sembra assurdo di fronte ad una morte improvvisa, la fede vacillerebbe.

«Dobbiamo credere che rivedremo i nostri cari – ha proseguito -. Nulla andrà perduto. I rapporti condivisi con Marco non sono azzerati. Marco non è solo un ricordo puramente umano, dobbiamo avere uno sguardo che va oltre, al Paradiso. Quella è la meta. Facciamo fatica a comprenderlo senza vivere questa certezza».

Poi don Tullio si è rivolto direttamente a Marco – nella convinzione che «sia qui con noi, ci veda, anche se noi non lo vediamo – chiedendogli di dare coraggio alla sua famiglia di continuare il cammino. «Tu, che hai sempre avuto voglia di fare fino in fondo il tuo lavoro – ha affermato -, tu che hai svolto un servizio prezioso per la società, ora aiuta i tuoi cari. Non voglio solo ricordarti oggi, perché sei presente con noi». Ed, infine, un appello a tutti i fedeli riuniti nella chiesa: quello di prendere il “testimone” dell’impegno che Marco ha avuto nella vita, di continuare a seminare il bene, perché Marco «ci ha insegnato a vivere con pienezza la vita».


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