Rock e tanta ironia a Villa di Tirano, Bennato conquista e regala emozioni
Edoardo Bennato e Capitan Uncino, un binomio che ha fatto la storia della musica

Rock e tanta ironia a Villa di Tirano, Bennato conquista e regala emozioni

Il concerto del cantautore è stato un successo. Ha proposto i classici di un tempo e gli ultimi pezzi. «Voglio darvi delle buone vibrazioni con la musica».

Poteva essere diversamente? È stato un successone a Villa di Tirano il concerto di Edoardo Bennato, per la gioia dei cinquecento presenti al Polifunzionale, bella sede per eventi musicali grazie anche ad una buona resa acustica. Con una band di intensa elettricità, il nostro produce uno show all’altezza delle aspettative, due ore e mezza di musica senza risparmio, mica male per un settantatreenne.

Ma per Edoardo il tempo sembra non essere passato: jeans e maglietta, chitarra imbracciata come un fucile, armonica e kazoo per soffiarci dentro a dovere. E lo spettacolo può iniziare con lui, solo sul palco, come agli inizi. “Abbi dubbi” è la prima canzone e lui premette: «Ho tanti dubbi ma non ne ho sul potere del rock and roll».

Si va già in atmosfera, poi arrivano a ribadire il discorso “Sono solo canzonette” (“la chitarra era una spada”) e “Il Gatto e la Volpe”, paradigma di discografici infingardi. La band entra su “Paese dei Balocchi” rock blues tirato per descrivere con graffiante ironia la solita italietta dove domina spesso il “Grillo Parlante”, nuovi capitoli delle avventure collodiane da “Burattino senza fili 2017”. “Meno male che adesso non c’è Nerone”, grintosa e scoppiettante, introduce il ritmo jungle, ossessivo, alla Bo Diddley, di “Mangiafuoco”, potente e lavica con il chitarrista Giuseppe Scarpato che va dietro la batteria per lasciare che il tambureggiante Roberto Perrone al proscenio aizzi a dovere la folla verso la prima ovazione.

Ci si può calmare un attimo? Certo, e così arriva la bellissima “Isola che non c’e” (“son d’accordo con voi, non esiste una terra dove non ci son santi né eroi”) con Scarpato al banjo e poi l’invettiva di “Cantautore” sulle difficoltà di una professione spesso messa in discussione. EB90 (da numero sulla maglia) è in forma, saltella e dirige la band, canta e catalizza l’attenzione del pubblico con i suoi gesti e quel look da eterno ragazzino, Peter Pan della musica formatosi nel calderone creativo della Napoli anni ‘70.

Ironia anche nel nuovo pezzo, “Ho fatto un selfie”, dove sbeffeggia tutti, da Marco Travaglio a Barbara d’Urso (“Ho fatto un selfie con un certo Salvini ad un concerto di Edoardo Bennato”) e poi lo swing di “Mastro Geppetto” con i fiati campionati, mentre a “Quando sarai grande” manca, e si sente, il sax.

In “A Napoli 55 è a musica”, Edoardo racconta di sé e della sua infanzia a Campi Flegrei, della sua calata a Milano per studiare architettura e nel contempo tentare la via del rock.

È un lungo blues che si stempera nelle note pinkfloydiane di “Another Brick in The Wall” accennate da Gennaro Porcelli in un pregevole solo alla slide (che echeggia anche Santana) e ribadite da Scarpato nel suo break incendiario. Con due chitarristi così, EB90 è in una botte di ferro, applausi a ripetizione. È lunghissima la scaletta, alla fine quasi trenta brani, c’è posto per il boogie partenopeo di “E’ asciuto Pazzo o padrone” e “Sotto viale Augusto che ce sta”, denuncia di intrighi urbanistici, così come “Vendo Bagnoli”. Edoardo omaggia Enzo Tortora e Mia Martini in “La calunnia è un venticello” che riprende Rossini, “La Luna” è sempre dolce e suggestiva, in “Ogni favola è un gioco” qualche calo, veniale, echi dylaniani in “Pronti a salpare” e poi la torrida “Rinnegato” (“se non fossi un rinnegato non farei rock and roll”, urla lui), la delicata ma profonda “Fata Turchina” e poi “Il rock di Capitan Uncino” un’altra orgia chitarristica, i ringraziamenti al pubblico, »Il mio obiettivo è di darvi buone vibrazioni con la musica, contento se ci sono riuscito, grazie a tutti».

Nel bis due classici come “Venderò” e “Un giorno credi” ci accompagnano verso una versione quasi rollingstoniana di “In prigione” e poi il reggae di “Nisida” (“è un isola, ma nessuno lo sa”) per i saluti. Bennato lascia tra le ovazioni, con la band a terminare, guadagna il retropalco, si infila su un’ auto pronta ad accoglierlo e se ne va, peccato. Sarebbe stato bello scambiare due parole, ma in fondo tutto quello che c’era da sentire lo aveva già detto.


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