Rocca: «Il mio libro insegna  a non arrendersi   ma Tomba mi ha detto no»
Giorgio Rocca a Sondrio nella sede storica del suo fan club (Foto by gianatti)

Rocca: «Il mio libro insegna
a non arrendersi

ma Tomba mi ha detto no»

Livigno - Il campione di sci ha presentato Slalom al Bar Piero nella sede del suo storico fan club

Giorgio Rocca è tornato alle origini, con la presentazione del suo libro Slalom al Bar Piero di Sondrio nella sede storica del suo Fan Club. Un tuffo indietro negli anni per il livignasco. Sabato scorso in piazza Campello a Sondrio si è parlato di passato, ma anche e soprattutto di presente e di futuro.

Che effetto fa tornare qui in mezzo ai tuoi tifosi?

E’ stato bello rivedere tante persone che mi hanno seguito da vicino in quegli anni, gente che il sabato e la domenica si faceva il giro delle località di montagna in Italia e in Europa per vedere le gare dal vivo. Siamo cresciuti tutti, i ragazzi di dieci anni fa sono diventati uomini e donne, c’è chi ha avuto figli e chi non c’è più e ci avrà seguito dall’alto, un’emozione davvero speciale.

Ripensando a quegli anni chi è stato l’avversario che ti ha dato più fastidio sportivamente parlando?

Bode Miller quando imbroccava la gara giusta dava fastidio a tutti, in slalom e in discesa. Poi due austriaci: Benny Raich era molto regolare e ha vinto tanto e Rainer Schonfelder. Con lui non ho mai legato anche perché aveva sempre atteggiamenti sopra le righe, voleva diventare il nuovo Tomba, ma senza avere la classe e il carisma di Alberto.

A proposito di Tomba, il rapporto con Alberto?

L’ho sempre visto come un idolo. Quando mi sono affacciato in Coppa del Mondo, il giorno del mio esordio a Flachau, lui era sul podio e io mi sono rotto il ginocchio in gigante. Abbiamo sempre avuto un bel rapporto, anche perché lui sapeva che non avrei mai potuto impensierire il suo record delle cinquanta vittorie... Io mi sono fermato a undici, tutte in slalom.

Poi però, quando gli ho chiesto di farmi la prefazione per il libro mi ha detto di no, dicendo che ne aveva già fatte tante, ad esempio quella per Giuliano Razzoli.

Capitolo cadute, come ti sei rialzato da quella famosissima delle Olimpiadi di Torino 2006?

Ne ho parlato recentemente con Giuseppe Vercelli, il mio psicologo di quei tempi che adesso lavora con la Juventus. Sono stato tra i primi ad applicare la psicoterapia legata allo sport. Quella caduta mi ha svegliato, anche per tutto quello che mi sono costruito a fine carriera. Chiaramente avrei preferito vincere, ma sapersi rialzare nella vita è molto importante e credo che questo sia il vero insegnamento che mi è rimasto. E ho voluto metterlo nelle pagine del libro che ho scritto insieme a Thomas Ruberto.

Parliamo di vittorie, adesso. Il ricordo più bello?

La prima non si scorda mai, Wengen 2003, una gara che ho rivinto anche un’altra volta. Poi Madonna di Campiglio su una pista mitica come la 3-Tre, senza dimenticare le due medaglie di bronzo conquistate ai Campionati del Mondo di Bormio 2005, sulle nevi di casa

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L’altro giorno a Sondrio si è parlato di Milano-Cortina 2026, come la vedi?

Una grandissima opportunità per tutto il territorio, sia per gli atleti valtellinesi e italiani. ma anche soprattutto per i giovani che vivono in questi luoghi. Grazie all’appuntamento olimpico possono avere una carta importante da giocare per non abbandonare la provincia di Sondrio in favore delle grandi città. L’esempio di come è stata sistemata la città di Torino per i Giochi del 2006 è da manuale, bisognerà essere uniti e coesi per lavorare tutti insieme e fare vedere l’immagine di una Valtellina che è bellissima e ha grandi potenzialità dal punto di vista turistico, ma è ancora troppo difficile da raggiungere.

Parli delle infrastrutture stradali?

Sicuramente il tema infrastrutturale dovrà essere affrontato al meglio, non è possibile che la gente che viene a sciare in Valtellina da Milano nel fine settimana debba mettere in conto ore e ore per tornare a casa, quando per esempio a Courmayeur si arriva in meno di due ore in autostrada, senza nemmeno fare una curva

Tra qualche settimana si ritornerà a sciare anche in Italia, quanta voglia c’è?

Sicuramente tanta. Da un anno e mezzo in Italia non si è potuto sciare, lo so bene visto che una delle sedi della mia scuola sci Giorgio Rocca Academy a Livigno è stata ferma ai box. Sarà più difficile riprendere per quei ragazzi che erano in una fase di addestramento perché stando fermi così a lungo bisognerà tornare ad avere confidenza con il movimento e con i materiali.

Tra gli adulti sento tantissima gente che non vede l’ora di poter tornare sulla neve.

Progetti per il futuro in chiave olimpica?

Sono rimasto nel giro del Circo Bianco, per il quadriennio olimpico mi piacerebbe avere un ruolo trasversale, non a livello di federazione, ma per stare dietro le quinte e cercare di portare la mia esperienza come ex atleta e come professionista degli sport invernali. Ho imparato a gestire eventi e rapporti commerciali con le aziende, continuerà anche la mia attività da commentatore tecnico delle gare in tv, un ruolo che mi piace, avendone vissute tante al cancelletto di partenza.

Hai quattro figli, rivedremo un nuovo Giorgio Rocca in pista?

Dipenderà molto da loro: sciano tutti e quattro, al momento Francesco, il terzo, è quello più proiettato sull’agonismo, mentre la piccola Greta ha solo quattro anni, scia per divertimento ma è ancora presto per fare previsioni. Non li ho voluti forzare ma ho voluto trasmettere loro la mia grande passione. Sanno che con me possono venire sempre a sciare. Fare sport è l’aspetto più importante.


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