Ritiro dei ghiacciai: «La situazione è drammatica»
Il professor Claudio Smiraglia controlla i dati registrati dalla centralina meteo posizionata al Dosdè

Ritiro dei ghiacciai: «La situazione è drammatica»

Il glaciologo Claudio Smiraglia conferma l’accelerazione impressa dai cambiamenti climatici. «Dati alla mano quello dei Forni si è ridotto del 45%».

Le immagini del servizio glaciologico lombardo sullo stato di regressione dei ghiacciai che hanno fatto il giro dei social e della carta stampata, e che ieri hanno destato clamore anche sulle pagine del nostro giornale, confermano quanto il fenomeno sia imponente e in accelerazione. E questa di certo non è una novità per Claudio Smiraglia, professore ordinario presso il dipartimento di scienze della terra “Ardito Desio” dell’università degli Studi di Milano ed eminente glaciologo.

Lui, che tutte le estati è impegnato in escursioni, misurazioni ed analisi del territorio, in primis di quello dell’Alta Valtellina, dati alla mano ha sottolineato la gravità del fenomeno.

«Dopo l’inverno 2017-2018 abbastanza nevoso – ha commentato - si sperava che i ghiacciai avessero accumulato un po’ di neve e potessero passare un’estate “tranquilla”, ma le alte temperature estive hanno portato ad una situazione sempre più drammatica, evidenziata dalle misure effettuate a fine settembre».

Tra gli esempi eloquenti in tal senso il ghiacciaio della Sforzellina, al passo Gavia ai piedi del Corno dei Tre Signori «un vero e proprio laboratorio, dove le misure di variazione di lunghezza (misure frontali) sono iniziate nel 1925 e quelle di variazione di spessore (bilancio di massa) sono iniziate nel 1987 (è questa la serie più lunga in Lombardia) a cura del Comitato Glaciologico Italiano».

Si tratta di un ghiacciaio di piccole dimensioni che può veramente rappresentare la maggior parte dei ghiacciai lombardi ed italiani. Ebbene «le misure effettuate con la collaborazione del CAI Valfurva – ha evidenziato il glaciologo - hanno mostrato un vero e proprio collasso del settore inferiore di questo ghiacciaio, che nel 2018 ha perso ben 41 metri di lunghezza e 1,4 metri di spessore (dal 1925 al 2018 si sono persi circa 550 metri di lunghezza con una media annua di circa -5 metri e dal 1987 al 2018 si sono persi 38,5 metri di spessore con una media annua di circa -1,24 m; lo spessore medio residuo è valutato in una ventina di metri)».

Altro dato che fa riflettere quello relativo alla superficie, passata da 0,93 km2 nel 1860 a 0,54 km2 nel 1954 agli attuali 0,22 km2 con una perdita del 76%. «Nel frattempo – ci ha spiegato Smiraglia - il paesaggio alpino è mutato in modo considerevole e il ghiacciaio si è quasi completamente ricoperto di detrito (il cosiddetto “ghiacciaio nero”) derivante dalle frane delle pareti rocciose circostanti, fenomeno che ha permesso di allungare la sua sopravvivenza. Tenendo conto di questi dati si può ritenere che questo tipo di ghiacciaio possa sopravvivere al massimo un paio di decenni a meno che si realizzi un drastico quanto improbabile mutamento delle condizioni meteo-climatiche».

Passando al ghiacciaio dei Forni, il fenomeno più evidente è stato lo smembramento in tre colate distinte (orientale, centrale, occidentale) che hanno portato alla estinzione di questo grande ghiacciaio come struttura unitaria e hanno reso il suo settore inferiore, ben visibile dal sentiero glaciologico e caratterizzato da grandi ed effimere caverne di ghiaccio, un’importante attrazione turistica.

La superficie dei Forni è passata da 19 km2 nel 1860 agli attuali 10,4 km2 (pur in tre frammenti) con una riduzione percentuale di circa il 45%, minore rispetto al Sforzellina, come è normale che sia in un confronto fra un grande e un piccolo ghiacciaio.


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