Ristoranti, che scintille  «Basta prese in giro»
Anna Bertola, ristorante Altavilla

Ristoranti, che scintille

«Basta prese in giro»

Le quattro eccellenze del “Buon Ricordo” «Asporto? Meglio chiudere»

Mentre sui social viaggia l’hashtag “ioapro”, l’iniziativa lanciata sui social che invita i ristoratori a restare aperti, a partire dal 15 gennaio, contro le restrizioni anti Covid imposte dal Governo, i ristoranti del Buon Ricordo, che in provincia sono quattro, sposano la linea dell’associazione, che è nata circa una sessantina di anni fa e raggruppa un centinaio di ristoranti in Italia e all’estero, che propone una simbolica chiusura totale di una settimana di tutti i locali in tutta Italia.

Undici mesi

«Il mondo della ristorazione italiana di qualità ormai è esausto. Undici mesi sono trascorsi dall’inizio della pandemia, undici mesi durante i quali la nostra categoria ha accettato di chiudere a ripetizione le proprie attività in nome della salute - spiega un comunicato del Buon Ricordo, condiviso dagli operatori valtellinesi (il Sassella di Jim Pini di Grosio, Il Filò di Max Tusetti di Bormio, la Posa di Luca Galli a Livigno e la new entry Altavilla di Anna Bertola a Bianzone) -. Noi ristoratori abbiamo un cuore e lo abbiamo dimostrato. Le briciole dei ristori, quando sono arrivate, sono state proprio tali. Abbiamo accettato anche il gioco dei colori, delle aperture e chiusure per salvare il Natale, poi per salvare gennaio. Purtroppo la realtà dei fatti ha dimostrato che non erano i locali pubblici portatori di contagi. Allo stesso modo le resse nei supermercati e l’affollamento dei posti di lavoro non possiamo credere che siano meno pericolose».

Soluzioni inutili

Poi arriva l’affondo, tanto duro quanto tagliente: «Ci è voluto del tempo, ma tutti ora, noi e i nostri clienti, abbiamo capito che la scelta di chiudere determinati settori è stata una decisione di comodo. In nome di questo il Governo ha pensato che avremmo digerito ogni cosa, lamentandoci, scrollando la testa, ma poi rifugiandoci, per la sopravvivenza, in forme inutili economicamente come asporto e delivery».

La beffa

Un settore, quello della ristorazione, abituato ad abbassare la testa e lavorare. «La passione va oltre ogni ragionamento logico. E tanti di noi, a livello nazionale, sono alla canna del gas. Ora basta: il vaso è colmo - continua l’associazione -. Ci mancava solo l’invito ad aprire le nostre attività per due giorni per poi chiuderle nel weekend, per poi colorare di nuovo l’Italia di giallo e arancione limitando o vietando il nostro lavoro in modo quasi sadico, per completare la presa in giro. Tutti ora abbiamo capito che, causa la pandemia, dobbiamo aspettare tempi migliori, ma dobbiamo arrivarci».


© RIPRODUZIONE RISERVATA