Processo “Bosco Vivo”, tutti assolti  «A Mello non ci fu truffa aggravata»
Il sindaco Fabrizio Bonetti fu riconfermato nonostante l’inchiesta

Processo “Bosco Vivo”, tutti assolti

«A Mello non ci fu truffa aggravata»

La sentenza. “Il fatto non sussiste”, questa la motivazione dei giudici per gli undici imputati. Falsità e abuso d’ufficio sono invece reati andati prescritti. Bonetti: «Mi sono tolto un peso».

Assolti perché il fatto non sussiste dall’accusa di truffa aggravata ai danni sia della Regione Lombardia (si parla di 300mila euro), sia della Comunità montana di Morbegno (chiamata a vagliare le pratiche per ottenere i contributi). Non doversi procedere, invece, per intervenuta prescrizione, per i reati “satelliti” quali: abuso d’ufficio e falsità ideologica nonché materiale.

Si è chiuso così il lungo processo che la cronaca ha battezzato “bosco vivo” dal nome del Consorzio forestale di Mello che tanti guai ha procurato al sindaco F abrizio Bonetti. Undici gli imputati, tra i quali - appunto - il primo cittadino. A processo finirono, oltre a Bonetti, la giunta che all’epoca firmò le delibere, alcune delle quali ritenute false - gli assessori Marco Scamoni, Mauro Quaini, Graziano Pellegatta - il responsabile unico del procedimento Ermete Baraiolo, i progettisti Simon Pietro Angelone, l’ingegnere Carlo Contessa e il geometra Raffaella Baraglia. Coinvolti anche gli imprenditori Davide Tarca della Tidieme srl, Flavio Pellegatta, titolare dell’omonima impresa, e Tania Pellegatta, suo direttore tecnico.

Secondo la Procura il Comune di Mello, pur di ottenere il massimo dei contributi per il Consorzio, emise fatture per servizi mai resi. Di qui la truffa nei confronti degli enti pubblici per fondi finiti indebitamente a Mello. “Bosco vivo” non avrebbe avuto neppure i requisiti per gestire quei lavori che venivano affidati per giunta a trattativa privata ad aziende che figuravano in sub appalto, ma che in realtà eseguivano gli interventi al 100%.

Il primo cittadino si è sempre difeso e proprio in vista della sua rielezione - nel 2016 - scelse di spiegare per filo e per segno ai suoi concittadini come furono gestiti quei lavori finiti nel mirino della Guardia di Finanza: dai finanziamenti ottenuti dal Comune per i lavori della teleferica alpe Ferro, alla strada Rampione-Poira, sino ai lavori per l’acquedotto Colino e per la strada tagliafuoco affidati «direttamente al consorzio, senza gara pubblica, per permettere allo stesso di crearsi un fondo di cassa proprio, con gli utili derivanti dal subappalto. L’allora segretario aveva verificato le leggi in materia comunicandoci che era possibile seguire questa procedura purché l’importo dei lavori affidati non superasse i 300mila euro annui, e così è stato: abbiamo affidato i lavori in due annualità per rispettare la normativa».

Bonetti spiegò ai cittadini che «secondo gli inquirenti l’affidamento al consorzio non sarebbe stato possibile perché a quel tempo non era ancora riconosciuto come consorzio forestale dalla Regione, non aveva dipendenti né i mezzi per eseguire le opere. Con queste contestazioni vengono coinvolti amministratori, progettisti, contabili, imprese». Di più: «Sono stati controllati anche i conti personali, movimenti di soldi, pagamenti eccetera e – sottolinea il primo cittadino Bonetti – a nessuno di noi è stata contestata un’appropriazione indebita».

«Sono contento dell’assoluzione - ci ha dichiarato ieri Bonetti - ma ancora di più lo sono del fatto che la mia gente mi ha sempre sostenuto. Anche dopo l’inchiesta e durante il lungo processo. Non nego che mi sono tolto un peso, anche se con la mia coscienza mi sono sempre sentito a posto, ma direi una bugia se questi lunghi anni non mi fossero pesati».


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