«Pischedda forse si poteva salvare»  Conclusa l’indagine della Squadra Mobile
L’agente della Polizia stradale di Bellano Francesco Pischedda è morto un anno fa

«Pischedda forse si poteva salvare»

Conclusa l’indagine della Squadra Mobile

Lecco: depositate in Procura le conclusioni dell’indagine sui soccorsi al poliziotto - Il fascicolo dell’inchiesta aperta all’indomani della tragedia dalla Procura cittadina per ora è a carico solo di ignoti

Forse Francesco Pischedda si sarebbe potuto salvare se, invece che essere trasportato in ambulanza all’ospedale di Gravedona, fosse stato portato subito al “Manzoni” di Lecco, dove arrivò invece - dal presidio sanitario del lago - ormai senza vita.

È questa la conclusione a cui sono giunti gli investigatori della Squadra Mobile di Lecco, che hanno chiuso le indagini sulla morte del collega della Polizia stradale di Bellano, residente a Dubino, morto a soli 28 anni un anno fa dopo essere precipitato per 7 metri dal viadotto della statale 36 a Colico mentre inseguiva un ladro.

Le conclusioni investigative sono state depositate in Procura, all’attenzione del magistrato inquirente Paolo Del Grosso, al quale toccherà ora valutarle e decidere se, effettivamente, la decisione dei sanitari del 118 di trasportare l’agente al nosocomio di Gravedona invece che a quello di Lecco abbia pregiudicato la possibilità di salvargli la vita. Il fascicolo dell’inchiesta aperta dalla Procura cittadina per ora è a carico solo di ignoti.

All’indomani della morte del giovane agente, si era aperta una vivace discussione sulla gestione dei soccorsi. «La scelta dell’ospedale al quale trasportare Francesco Pischedda è stata razionalmente giusta, sulla base delle informazioni disponibili nel momento del primo soccorso - avevano puntualizzato dall’Agenzia regionale di emergenza e urgenza sanitaria di Lecco -. Gravedona e Lecco sono strutture di pari livello per quanto riguarda i traumi e l’agente sembrava, tra i due feriti, quello in condizioni più stabili. Non c’è stata penalizzazione dell’uno rispetto all’altro; il resto è un ragionare col senno di poi».

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