Paziente insulta un medico a Cantù  «Non mi faccio visitare da un nero»
L’ambulatorio della Guardia medica è nella sede della Croce Rossa in via Ariberto (Foto by Stefano Bartesaghi)

Paziente insulta un medico a Cantù

«Non mi faccio visitare da un nero»

Episodio di razzismo domenica sera nell’ambulatorio del servizio di guardia . «In genere la gente che mi rifiuta è più discreta, se ne va con una scusa e poi non torna più»

Da quando Andi Nganso ha preso servizio in città, un anno fa circa, gli è capitato diverse volte di trovarsi di fronte pazienti che hanno avuto reazioni negative per il colore della sua pelle. Ma mai con la violenza della donna che, domenica sera, si è rivolta a lui dicendo «io non mi farò mai toccare da un medico negro».

La rabbia, la delusione, sono state tali da spingerlo a postare su Facebook l’episodio, ricevendo in breve centinaia di testimonianze di solidarietà. Andi Nganso ha trent’anni ed è in Italia quasi da 12, arrivato dal Camerun per motivi di studio. Prima Economia e Commercio all’Università di Parma, però il sogno restava diventare un medico, così si è trasferito a Varese, dove si è laureato all’università dell’Insubria.

Oggi lavora nel servizio di continuità assistenziale – l’ex Guardia Medica – ed è medico della Croce Rossa in diversi centri di accoglienza per migranti, principalmente a Bresso, ma anche a Lampedusa. Da circa un anno lavora a Cantù, e l’altra sera era di turno in via Ariberto.

«Non c’era nessuna fila – racconta - la sala d’attesa era vuota. È entrata una signora che avrà avuto 60/65 anni. La porta dello studio era chiusa, ho aperto, l’ho salutata e dal primo sguardo si capiva che c’era un problema».

Il problema, per lei, era la sua origine: «Mi ha chiesto se fossi io il medico – continua – “Secondo lei?”, le ho risposto. Ha insistito, dicendo che cercava il medico di guardia, e le ho confermato che ero io. Allora, sbuffando, ha detto “assolutamente no, io non mi farò mai toccare da un medico negro”. A quel punto le ho risposto va bene, allora io vado a prendermi un caffè. E se n’è andata».

Non la prima volta che, in città, qualche paziente ha una simile reazione: «A volte dicono di dover andare a prendere un documento in auto e non tornano più. A volte è divertente. Una bambina mi disse “ma lei è gentile”. Certo, le risposi, perché? E lei, davanti al padre, “perché i miei genitori mi dicono che non devo parlare con i neri”».


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