Omicidio Grosotto. La Cassazione conferma i 20 anni
Emanuele Casula ha confessato dopo un mese di carcere

Omicidio Grosotto. La Cassazione conferma i 20 anni

Diventa definitiva la condanna per Casula. Roma rigetta il ricorso della Procura di Sondrio ma chiede di riconsiderare la misura a fine pena

Uno schiaffo per i familiari delle vittime che già all’udienza di primo grado avevano gridato allo scandalo: 20 anni per aver ucciso una giovane donna e aver ridotto a vegetale un uomo, sono davvero troppo pochi. Uno smacco per la Procura di Sondrio il cui ricorso è stato “bollato” come inammissibile proprio da chi aveva il compito di sostenerlo in aula. Una vittoria su tutta la linea per la strategia della difesa che con il rito abbreviato ha eliminato la possibilità di un appello, riducendo al lumicino le possibilità di perdere in Cassazione. E così è stato. Vent’anni, era la sentenza pronunciata in primo grado per l’omicidio di Veronica Balsamo e il tentato omicidio di Gianmario Lucchini e vent’anni saranno per Emanuele Casula, 23 anni tra pochi giorni. La Corte di Cassazione a Roma ha infatti ritenuto ben motivata la decisione presa a suo tempo dal gup Fabio Giorgi. Unica concessione alla pubblica accusa sondriese, la riforma della sentenza in ordine alla misura di sicurezza. Cosa vuol dire? Che il caso tornerà ancora a Sondrio, ma solo per decidere a quale misura il condannato dovrà essere sottoposto quando avrà finito di espiare la pena. Misura che - in ogni caso - gli verrà applicata solo se sarà ritenuto ancora socialmente pericoloso.
Tutto qui. Ben poca cosa rispetto all’ergastolo che la Procura puntava ad ottenere. Casula, grazie al rito abbreviato (che comporta di per sè lo sconto di un terzo della pena) e grazie al “peso” che hanno avuto le aggravanti a lui contestate, è riuscito ad evitare il carcere a vita, nonostante la gravità delle accuse. Una sfilza: l’omicidio di Veronica Balsamo (23 anni) e il tentato omicidio di Gianmario Lucchini(36 anni), l’occultamento del cadavere della giovane donna a cui si era legato, oltre ad una serie di furti (di farmaci all’ingresso della farmacia, di un’auto in sosta davanti al ferramenta, di una bicicletta al bar) messi a segno quel maledetto 23 agosto di tre anni fa, quando il giovane - all’epoca operaio ha avuto una sorta di corto circuito, intuito subito da Veronica che quella sera lo aveva cercato proprio per capire cosa non andasse in lui. Per la Procura sondriese, la sentenza di primo grado non ha messo in relazione - sbagliando - i due gravi fatti di sangue, ma ha valutato in modo disgiunto l’omicidio di Veronica (gettata oltre il ciglio della stradina di montagna che i due quella sera avevano imboccato in auto per appartarsi e poi finita con un colpo di pietra alla testa) con quello che per l’accusa fu un tentativo di eliminare “i testimoni” scomodi che quella sera lo avrebbero visto in auto con Veronica: l’aiuto sacrestano Lucchini, colpito con un cacciavite alla testa e da allora piombato in uno stato vegetativo, dell’altro si possono solo fare ipotesi. Probabilmente si tratta del ragazzo di Grosotto a casa del quale, la sera dell’omicidio, Emanuele si presentò con le mani ancora insanguinate, per poi scappare subito dopo aver capito che il giovane non era rincasato.
Due episodi che il giudice avrebbe dovuto valutare - secondo i Pm Elvira Antonellie Giacomo Puricelli - l’uno la continuazione dell’altro e invece sono apparsi all’occhio del giudicante come due momenti disgiunti: l’omicidio prima e poi l’aggressione del Lucchini a casa del quale non si sarebbe presentato per ucciderlo, ma forse solo per chiedere aiuto.
Del resto la tesi che Emanuele quella sera avrebbe tentato di uccide chiunque l’avesse visto su quella strada di montagna con Veronica non poteva reggere, perchè subito dopo l’omicidio Emanuele si è gettato in auto lungo la discesa sterrata ed era finito fuori strada, richiamando l’attenzione di alcuni villeggianti che si erano prodigati a prestargli soccorso, prima di vederlo scappare nei boschi (di li a poco si sarebbe imbattuto in Lucchini), dopo aver abbandonato l’auto.
Ma al di là delle due tesi contrapposte - di accusa e difesa - resta il fatto che in Cassazione non si sarebbe dovuti entrare nel merito del processo, ma concentrarsi piuttosto sui meccanismi che lo hanno regolato per evidenziarne eventuali “vizi”. Per la Cassazione nulla da eccepire. E così i vent’anni sono stati confermati, come l’interdizione perpetua dai pubblici uffici, e il risarcimento dei familiari delle vittime: un milione ai parenti di Veronica Balsamo, e mezzo milione di euro a Gianmario Lucchini, da allora in coma vigile in una struttura protetta.


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