Omicidio di Brusio, due anni in più a Gatti
La lettura della sentenza al termine dell’udienza di ieri mattina

Omicidio di Brusio, due anni in più a Gatti

La sentenzaLa Corte d’Appello lo ha condannato ieri a 23 anni. «Questa è una follia, io sono innocente». Confermato l’ergastolo per il moldavo Cojocaru. Le difese hanno annunciato di voler ricorrere in Cassazione.

Chi si aspettava una riduzione di pena nel processo per il duplice delitto di Zalende ha dovuto ricredersi. La Corte d’assise d’Appello di Milano ha riformato sì la sentenza pronunciata a Sondrio, ma nel senso che ci è andata con la mano più pesante.

Soprattutto per il valtellinese Ezio Gatti. Condannato a Sondrio a 21 anni per non aver previsto l’omicidio dei coniugi Ferrari, quale conseguenza della tentata estorsione messa in atto dal moldavo e poi finita nel sangue (tecnicamente il suo fu un “concorso anomalo”), ieri è stato ritenuto colpevole anche di porto e detenzione di armi ed è stato condannato a due anni in più. In tutto, dunque, dovrà scontarne 23.

E Gatti non ha reagito bene alla lettura del dispositivo avvenuta alle 13 in punto dopo tre ore di camera di consiglio: si è lasciato cadere sulla sedia e ha affondato il viso tra le mani. «Non ci posso credere. Questa è una follia: io sono innocente e con questa storia non ho nulla a che vedere…», ripeteva ieri con filo di voce al suo avvocato, Carlo Taormina. Impassibile, invece, Ruslan Cojocaru, il moldavo di 36 anni (Gatti ne ha dieci in più) che ha ascoltato la conferma del suo ergastolo senza battere ciglio, quasi se lo aspettasse. Ma come si è arrivati alla riformulazione della sentenza di ieri? Presto per dirlo, perché una risposta a questa domanda potrà darla solo la motivazione della sentenza che verrà depositata tra tre mesi.

Certo è che deve aver inciso un ragionamento diverso fatto sul punto delle armi usate per la mattanza: una Beretta e una calibro 6 e 35. Per la Corte d’assise di Sondrio furono portate dall’Italia dal Cojocaru, per i giudici di Milano, invece, il moldavo ne aveva addosso solo una (la Beretta) di cui anche Gatti era a conoscenza (ecco perché ieri è stato condannato anche il valtellinese per il porto e la detenzione di quell’arma). La calibro 6 e 35, invece, molto probabilmente era già in casa Ferrari che, come noto, erano dei collezionisti di armi. Cojocaru, per questo motivo ha avuto uno “sconto” di pena (in realtà poca cosa): l’isolamento diurno scende per lui da un anno e dieci mesi.

Il processo non finisce comunque qui. Le difese hanno già annunciato di voler ricorrere in Cassazione anche per riproporre la questione della giurisdizione, tanto cara all’avvocato Rosella Sclavi. Taormina, invece, punterà sulla inapplicabilità del cosiddetto concorso anomalo.«Abbiamo sempre sostenuto che Gatti non fece alcun accordo con Cojocaru, nemmeno per una tentata estorsione… Si è solo limitato a consegnare al moldavo dei facsimile per concludere la compravendita di alcuni mezzi. Ma se anche ci fosse stato un accordo di partenza, non avrebbe in alcun modo potuto essere di natura omicidiaria, dal momento che Gatti voleva rientrare in possesso dei suoi soldi e con i Ferrari morti non avrebbe incassato alcunché… Ergo – conclude Taormina – il concorso anomalo non c’è. E tanto meno può esserci la prevedibilità di quanto avvenuto… La condanna per l’arma complica solo la nostra difesa, ma non la ferma di certo».


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