«Non ho colpito nessuno  né ci ho litigato, niente»  Mingarelli, la verità del rifugista
Giorgio Del Zoppo intervistato dalla Rai nel dicembre 2018

«Non ho colpito nessuno

né ci ho litigato, niente»

Mingarelli, la verità del rifugista

Caso Mingarelli, parla Giorgio Del Zoppo, l’ultimo ad avere visto vivo il trentenne comasco

Nessun litigio, colluttazione, niente che possa ricondurre a eventuali traumi prodotti o prodottisi su Mattia Mingarelli. Lo dice Giorgio Del Zoppo, il rifugista dei Barchi, dato che il vomito ritrovato l’indomani mattina, sui tavoli esterni al suo ristoro, potrebbe essere stato indotto da un eventuale trauma: «Io non ho colpito nessuno, se è questo che si vuole sapere - sono le parole di Del Zoppo -. Men che meno Mattia Mingarelli, né ci ho litigato, niente di niente. È uscito dal locale alle 19.30 di quel fatidico 7 dicembre e non gli sono corso dietro. Aveva la giacca, ed era coperto. Lo dico, perché più volte me l’hanno chiesto le forze dell’ordine, perché, da quanto ho capito, quando è stato ritrovato, nel bosco, non aveva la giacca e il cappello. Da me la giacca l’aveva. Certo, fuori c’erano -15 gradi, non so se mi spiego. Potrebbe aver avuto una congestione...».

Abbiamo sentito Del Zoppo prima ancora di sapere che il gip aveva accolto la richiesta dei familiari di prolungare le indagini per altri sei mesi.

Quanto al luogo del ritrovamento, il boschetto sottostante, a bordo pista pure, Del Zoppo non se lo spiega: «Francamente, io manco sapevo che lì passava un sentiero - afferma -. Semmai una pista ciclabile estiva, ma che ci sia un sentiero vero e proprio, e meno noto, no».

In effetti, quello che abbiamo visto noi stessi non ha affatto i connotati di un sentiero, semmai di una traccia nel bosco, dove è difficile immaginare possa essersi portato Mattia dopo le 19.30 - stando al resoconto di Del Zoppo - in una fredda e buia giornata invernale.

«Per scendere e arrivare all’auto (parcheggiata ai bordi della strada, nda), fossi stato io, sarei sceso dalla strada e non sarei passato da lì - dice Del Zoppo - nel caso fosse stato, Mingarelli, intenzionato ad andare verso Sasso Nero. Poi, non lo so. Non riesco a capire. Per come si mettono le cose, a me sta venendo il dubbio che qualcuno abbia visto Mattia Mingarelli dopo di me, ma non ne voglio parlare. Comunque, io so solo che quel che avevo da dire l’ho già detto».

Può essere che altri in zona abbiano visto il ragazzo e non ne abbiano parlato agli inquirenti? Può essere che qualcuno lo attendesse al varco o lo inseguisse? Come teme la sorella Elisa, secondo la quale mai si sarebbe inoltrato in un bosco isolato, di notte, se non per sfuggire a un grave pericolo?

Di certo non deve essere fuggito da casa, perché la baita è stata trovata chiusa dal proprietario salito a controllare, nei giorni successivi, su richiesta dei familiari. Gli stessi che hanno cercato Mattia al cellulare, via sms, letto, poi, proprio da Del Zoppo.

«Il cellulare l’ho trovato la mattina dell’8 dicembre fuori dal rifugio, quando ho visto anche le tracce di vomito - ribadisce -. Ho capito che era il suo, del ragazzo, dal colore della custodia, mi sembra fosse rossa. La Sim non funzionava e l’ho cambiata con la mia. E, dopo, mi è arrivato l’sms da parte del padre di Mingarelli che ho, a mia volta, chiamato. È da lì che è partito il tutto. Da una parte, mi dico, quanto mai ho raccolto il cellulare... Dall’altra, ripeto che ho fatto bene a fare come ho fatto. Però il risultato è che sono stato ribaltato da capo a piedi».


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