«Musicisti umiliati  La scelta di chiudere  non è giustificata»
Lorenzo Passerini al teatro Real di Madrid

«Musicisti umiliati

La scelta di chiudere

non è giustificata»

Lorenzo Passerini Direttore d’orchestra, fondatore della “Vivaldi” e direttore degli Amici della Musica di Sondalo

Non alza la voce, ma non per questo il suo tono è meno indignato di quello di chi scende in strada a protestare. Lorenzo Passerini, il direttore d’orchestra morbegnese, fondatore dell’orchestra Antonio Vivaldi, direttore musicale dell’associazione Amici della musica di Sondalo non nasconde la frustrazione di chi è costretto a rinunciare, seppur momentaneamente, alla propria passione e soprattutto ad annullare importanti occasioni di cultura e svago per il pubblico.

Come si sente, da musicista?

La gente sta morendo e non saremo noi a forzare la mano. Accettiamo il decreto sperando che dietro le decisioni ci siano esperti che hanno fatto attente valutazioni. Ciò che ci umilia è però il fatto di essere ritenuti non essenziali. Il fatto che quando si parla di nutrimento ci si dimentica sempre del nutrimento dell’anima come fosse superfluo, passando al pubblico un’informazione sbagliata.

Ed è un problema di tutti

Il problema non riguarda tanto gli artisti come me, quanto la società. Come direttore starò fermo sei mesi, ma poi lavorerò ancora. Ma la società intanto si sarà impoverita culturalmente. E’ questo il problema.

Un problema che intanto sembra interessare più l’Italia che il resto d’Europa.

Maestro, lei che frequenta abitualmente i maggiori centri europei della cultura e della musica, com’è la situazione fuori dai confini nazionali?

In questo momento l’Italia è il paese più penalizzato di tutti. In Germania tutte le sale sono aperte, a Vienna si continua ad andare a teatro e ai concerti. Qui, invece, la situazione da un punto di vista culturale è tragica. Cancellare, ad esempio, il Festival Donizetti di Bergamo non ha senso.

Lei è stato a lavorare per due settimane a Madrid, quando la capitale spagnola viaggiava su una media di tremila casi al giorno di contagia eppure i teatri erano aperti e sempre pieni. Com’è stata quell’esperienza?

Una produzione attenta e super controllata. Ogni sette giorni venivamo sottoposti a tampone o test sierologico. In sala veniva rispettato il distanziamento di un metro, un metro e mezzo, il programma di sala sostituito con un QR code e l’ingresso del pubblico scaglionato secondo un orario indicato direttamente sul biglietto. Questo ha creato pochissima confusione in teatro dove era consentita una capienza del 75%. Nelle quindici recite di Madrid non c’è stato alcun contagio. Eppure il virus circolava in città.

Anche in Italia fino all’ultimo provvedimento del presidente del consiglio, teatri e sale concerto avevano norme precise cui attenersi, norme che hanno consentito, ci sono degli studi a dirlo, di garantire la massima sicurezza.

Proprio così. Ci sono stati imposti questi protocolli, li abbiamo seguiti alla lettera e, devo dire, hanno portato finora a dei risultati più che soddisfacenti. Lo dimostrano i dati. Non solo. C’è anche una questione legata al pubblico. Quello che frequenta teatri e sale concerto è un pubblico educato, non di scalmanati. Non ci meritiamo questo blocco non perché vogliamo dei privilegi, ma perché abbiamo investito tanto nella sicurezza e come artisti seguiamo dei protocolli rigidi.

Quali ad esempio?

Il direttore deve stare a 2 metri dalla prima fila, gli archi a un metro e mezzo, i fiati a due, il coro a due metri in verticale. Per rispettare il distanziamento abbiamo creato stagioni musicali speciali scegliendo opere in forma di concerto e rinunciando ad altre. Abbiamo lavorato con coscienziosa attenzione e ora, invece, veniamo ripiombati in questa sorta di Medioevo. Il settore già di per sé vive una condizione di difficoltà rispetto ad altri, tanto da necessitare dell’aiuto dello Stato, se poi ci viene chiuso il teatro da un giorno all’altro significa un disastro.

Lei continua a sostenere che bloccare forme di intrattenimento e occasioni di cultura sicure è uno sbaglio.

Prima ancora del Governo a Sondrio ci aveva pensato l’amministrazione comunale a chiudere le porte del Teatro Sociale dove si tiene la stagione degli Amici della musica di Sondalo.

Scelta di chiudere non giustificata. Credo che ci sia disinformazione e ignoranza rispetto ai protocolli che probabilmente neppure gli amministratori conoscono. Senza contare che questi provvedimenti instaurano un clima di paura nel pubblico che non ha ragione d’essere. Basti pensare che l’ultimo dpcm nega la possibilità di esibirsi in pubblico, ma non di esibirsi senza pubblico. Gli streaming sono concessi e si possono fare le prove in vista degli appuntamenti del dopo il 24 novembre. Quindi questa decisione suona ancora più assurda.

Perché alla Scala che ha 2.500 posti non è possibile trovare una soluzione che consenta di far entrare almeno 500 persone?

Semplicemente perché la nostra missione viene ritenuta qualcosa di non essenziale.

All’umiliazione di chi si sente trattato come qualcosa di superfluo, di cui poter fare a meno, mi pare di capire si aggiunge la frustrazione organizzativa.

Proprio così. Adesso che avevamo trovato tutte le soluzioni veniamo bloccati. Noi siamo artisti e continueremo a lavorare e aspetteremo finché potremo tornare ad esibirci. L’orchestra Vivaldi è stata la prima dopo quella di Genova a suonare dopo il primo lockdown. Quest’estate abbiamo fatto dieci concerti tra Morbegno, Grosio, Caspoggio e anche al Morelli tutti finanziati da noi. La nostra missione è questa e continueremo a portarla avanti.

Motivo per cui la stagione degli Amici della musica non è stata cancellata.

Addirittura dopo l’annuncio del Comune di Sondrio della chiusura del Sociale vi eravate mossi per trovare soluzioni alternative, ormai inutili.

Non cancelliamo la stagione che avrebbe dovuto partire questa domenica, ma la ricalibriamo e la inaugureremo l’8 dicembre. Se anche in quella data non potremo farlo, sposteremo l’inaugurazione alla data successiva fintanto che potremo ricominciare. Siamo rispettosi, ma non ci arrendiamo.

Monica Bortolotti


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