Morta incinta a 36 anni, chiesta l’archiviazione
Claudia Bordoni

Morta incinta a 36 anni, chiesta l’archiviazione

Per la tragedia di Claudia Bordoni non c’è nesso causale. La Procura: «Non si può dire che i medici avrebbero potuto salvarla».

Per la famiglia di Claudia Bordoni, la donna di 36 anni, originaria di Grosio, morta alla clinica Mangiagalli il 28 aprile dello scorso anno, assieme alle due gemelle che portava in grembo, era la peggiore delle ipotesi: l’archiviazione del caso. E a quanto riferiscono le agenzie, questo è l’orientamento della Procura della Repubblica di Milano: chiedere - appunto - che l’inchiesta sulla morte della valtellinese venga archiviata, nonostante la super perizia indichi chiaramente che ci furono omissioni in ospedale.

Se la richiesta venisse accolta, per due medici e due ostetriche della Mangiagalli (indagati per omicidio colposo) l’incubo sarebbe finito. Per la famiglia sarebbe un affronto che va ad aggiungersi al dolore per la grave perdita. Ma il pm sembra non avere scelta poiché la super perizia richiesta per fare luce sulla causa del decesso non dà certezza del “nesso causale” tra il comportamento dei medici e il decesso della donna. Di qui la richiesta di archiviazione. «Le omissioni dei sanitari - si legge nel passaggio cruciale delle 22 pagine di integrazione alla perizia - non ebbero quel grado di credibilità razionale o probabilità logica tali da far riconoscere con certezza il nesso causale tra la loro condotta e la morte della paziente e delle due bambine che portava in grembo».

Claudia, al quinto mese di gravidanza, era arrivata alla Mangiagalli due giorni prima del decesso, e dopo altri due ricoveri a Busto Arsizio e al San Raffaele di Milano.

Ricoverata nel reparto di Patologia della gravidanza è morta a causa di una violenta emorragia interna. Ma i medici non se ne resero conto e scambiarono quei cali di pressione, l’aritmia cardiaca che la donna lamentava e quegli svenimenti, per un attacco di panico. Le diedero un ansiolitico e chiamarono uno psichiatria che confermò la correttezza della diagnosi. In una parola, la presero per un’esagitata e a nessuno dei medici venne in mente di approfondire il quadro clinico per verificare se quei sintomi fossero compatibili - e lo erano - anche con qualcosa di più grave che una crisi. La donna era affetta da choc ipovolemico.

Secondo la ricostruzione di una prima consulenza, l’emorragia della donna sarebbe stata causata da una grave endometriosi, una malattia che colpisce il tessuto dell’utero, molto grave da diagnosticare e spesso causa sia di infertilità sia di emorragie. Stando invece ai periti di parte, il nesso causale tra il decesso di Claudia e il comportamento dei medici ci sarebbe eccome. La Procura, incalzata anche dalle risultanze a cui è giunto il team di esperti ingaggiato dalla famiglia di Claudia, ha disposto un approfondimento che a quanto pare conferma la ricostruzione del decesso e la difficoltà di stabilire un nesso diretto tra il comportamento dei sanitari e la morte della donna. Secondo questa terza ricostruzione, infatti, ci sarebbero state delle «probabilità considerevoli» di sopravvivenza della paziente qualora i medici si fossero comportati in modo diverso, ma al tempo stesso - e sembra davvero una contraddizione - non possono affermare con certezza che mamma e figliolette oggi sarebbero ancora vive se medici e ostetriche della Mangiagalli avessero agito in modo diverso.

Per la famiglia di Claudia la scelta della Procura - che ora dovrà passare al vaglio del giudice - è una mazzata. «Noi comunque reagiremo - afferma l’avvocato Antonio Sala Della Cuna - perché è nostra ferma intenzione mantenere le nostre posizioni e non è certo per alzare la posta in un processo civile che di certo ci sarà, ma per tenere alta l’attenzione su questa vicenda. Faccio altresì notare di non avere avuto ancora alcuna comunicazione ufficiale riguardo alla richiesta di archiviazione che ho appreso dai media, non dalla Procura».


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