Moro: «Non farò l’invernale sul K2»
Simone Moro con Diego Minonzio sul palco dell’auditorium della Casa dell’economia

Moro: «Non farò l’invernale sul K2»

Alle Primavere il clamoroso annuncio della rinuncia al progetto

La lunga storia delle sue ascese nella stagione più difficile

«La mia prossima spedizione invernale non sarà sul K2».

Con questa perentoria dichiarazione, che ha sciolto le numerose congetture in proposito, l’alpinista Simone Moro ha concluso il suo attesissimo intervento all’auditorium della Camera di Commercio di Lecco, in occasione dell’ultima tappa lecchese delle Primavere, la rassegna di incontri organizzata dal nostro giornale.

Affiancato da Diego Minonzio, direttore de La Provincia, e dalla giornalista Anna Masciadri, l’alpinista ha raccontato le sue ascese invernali sugli ottomila cercando di spiegare innanzitutto questa sua scelta: «Noi non siamo nati né a Courmayeur né a Cortina; apparteniamo a quelle Alpi centrali che hanno montagne interessanti ma non paragonabili al Monte Bianco o alle Dolomiti. Forse anche per questo, quando la montagna è diventata la mia dimensione, ho cominciato a chiedermi cosa avrei potuto fare per lasciare un segno. Ho capito in breve tempo che un margine di possibilità di entrare nella storia erano le invernali sugli ottomila, perché che conta non è dove sei nato, ma il fuoco che ti ritrovi dentro».

Simone Moro ha raccontato innanzitutto la storia di queste invernali, che negli anni Ottanta hanno visto protagonisti solo alpinisti polacchi. Il primo ottomila ad essere salito in invernale fu l’Everest, nel 1980, ad opera dei polacchi Krzysztof Wielicki e Leszek Cichy. Molti anni dopo questa impresa, nel 2005, Simone Moro, con Piotr Morawski, sale lo Shisha Pangma, ponendo fine all’esclusiva polacca.

«Arrivai ai miei primi ottomila invernali dopo molte sconfitte ed una tragedia che mi segnò. Sull’Annapurna, il giorno di Natale del 1997, morirono sotto i miei occhi Anatoli Boukreev e Dimitri Sobolev, miei compagni di spedizione. Fummo travolti da una valanga ed io solo sopravvissi in modo miracoloso. Fu una scoppola tremenda, perché quando ti succedono queste cose ti fai un sacco di domande. Ma riuscii ad andare avanti. Negli anni successivi furono altre le “sconfitte” ma anche queste servirono; rinunciare è da virtuosi se vedi nella rinuncia la possibilità di vincere la volta prossima».

E infatti arrivarono prima il Shisha Pangma, poi il Makalu e il Gasherbrum II. Una serie di successi che Simone Moro ha vissuto con grande gioia ma anche con molte amarezze. Non sono stati pochi gli accenni a quel mondo dell’alpinismo che vive più di invidie e rancori. E il nostro alpinista, come sempre, non ha fatto sconti a nessuno, neppure ai talebani dell’ecologia o a quelli che professano un non meglio precisato alpinismo puro.

Moro ha infine parlato della conquista della sua montagna preferita, quel Nanga Parbat sulla cui cima è arrivato, dopo due tentativi falliti, il 26 febbraio 2016 insieme allo spagnolo Alex Txikon, e al pakistano Ali Sadpara. Tamara Lunger, quarto componente della spedizione, a pochi metri dalla vetta decise di rinunciare: «Tamara a 70 metri dalla vetta ha deciso di non rischiare la sua vita ed anche le nostre ed è tornata indietro. Una rinuncia così è straordinaria: Tamara ha scelto di privilegiare la vita alla possibile conquista. Per me, per noi, Tamara la vetta l’ha conquistata e ci ha dato una grandissima testimonianza di quello che è un grande alpinista».


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