«Mio marito rifiutato   all’ospedale di Chiavenna,  È inaccettabile»
Il pronto soccorso di Chiavenna

«Mio marito rifiutato

all’ospedale di Chiavenna,
È inaccettabile»

La storia raccontata dalla moglie, risale al periodo dell’emergenza Covid nella struttura

È mancato per tumore e il suo destino era segnato, tuttavia quanto accaduto ad un 60enne di Mese, appuntato dei carabinieri, è emblematico delle conseguenze del Covid sui pazienti oncologici e cronici.

«Un’esperienza talmente negativa, che non potremo mai dimenticare - racconta la moglie, che si è rivolta al nostro giornale -, perché, a far male, non è solo il triste epilogo, cui ormai eravamo pure preparati, ma il modo in cui è stato trattato mio marito, costretto, pochi giorni prima di morire, a rivolgersi al Pronto soccorso di Chiavenna, per una crisi sopravvenuta. È stato uno schiaffo, non essere ricevuti. Non riusciamo a darci pace. Né io, né i miei due figli vogliamo che una cosa simile accada ad altri».

Da qui la denuncia pubblica, anche se la signora non ha voluto rivolgersi all’Azienda ospedaliera, anche solo via lettera, nella convinzione dice «che non servirebbe».

Per comprendere l’accaduto occorre riandare al 21 novembre scorso, a quelle terribili ore che hanno sconvolto l’ospedale di Chiavenna, tramutandolo in centro Covid vietato ai ricoveri ordinari e, questo, per il fatto che nella notte fra venerdì 20 e sabato 21 è scoppiato un focolaio Covid nel reparto di Medicina. Con il personale e il primario del Pronto soccorso, Carlo Marolda in primis, a correre su e giù per tamponare la situazione e separare i pazienti Covid, rimandando a casa gli operatori positivi. Insomma, il caos.

Col quale ha fatto i conti suo malgrado la famiglia, che alle 18.30 del giorno 21, dopo una giornata di tribolazioni, trascorsa a casa col marito in preda a dolori di stomaco e rigurgiti di sangue, e dopo avergli già somministrato delle gocce prescritte via telefono dal medico curante, su consiglio dello stesso ha portato il marito, in auto, in Pronto soccorso.

«Abbiamo suonato - dice -. Ci hanno detto di aspettare. Dopo mezz’ora non era ancora arrivato nessuno. Esce un operatore, ci vede, suona lui stesso. Dopo un po’ esce la dottoressa e ci dice che l’ultima cosa da fare era entrare in Pronto soccorso stante il Covid. Che mio marito aveva già contratto, proprio in ospedale. Dopo un tira e molla penoso e indicibile, con mio marito che stava male in auto, ci dice che ci può dare delle flebo da fare a casa, se troviamo qualcuno che ce le fa. Chiamiamo la guardia medica, dice che non può. Allora a mia figlia è venuto di chiamare il dottor Valmadre, carissima persona e grande professionista, a Gravedona. Ci ha detto di portare subito mio marito in Pronto soccorso, lì, che l’avrebbero preso. Così è stato. È morto il 28 novembre senza che lo potessimo vedere più. Uno strazio. Sono sempre stata una grande sostenitrice dell’ospedale di Chiavenna, ma essere respinti dal Pronto soccorso, in quelle condizioni, e a malo modo, non è accettabile. Mio marito era spacciato, ma togliergli il dolore era doveroso. Tanto più che il Pronto soccorso era aperto. Spero che qualcuno prenda provvedimenti».

Nessun commento al riguardo dall’Azienda, da noi interpellata.

E.Del.


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