Mestiere allevatore, la rinascita passa  dalla mezza costa
Il cavallo avelignese protagonista del fine settimana a Somaggia di Samolaco

Mestiere allevatore, la rinascita passa

dalla mezza costa

L’Associazione fa il punto sul settore in vista della mostra del cavallo avelignese di Samolaco. Tramanzoli: «Occorre rivalutare la “terra di mezzo”».

Obiettivo mezzacosta. Perché l’allevamento in pianura e l’attività dell’alpeggio sono fondamentali, ma c’è spazio per la valorizzazione del territorio che sta in mezzo. L’Associazione provinciale allevatori di Sondrio è pronta per l’appuntamento di domenica con la mostra del cavallo avelignese di Somaggia e questa festa rappresenta un’ottima occasione per riflettere sull’andamento e sulle prospettive del settore.

Attualmente le vacche da latte in provincia di Sondrio sono 13.800. Di queste circa 11.000 sono controllate dai tecnici di Apa, che ha un organico composto da sedici dipendenti. All’interno di questo campione, quelle di razza bruna alpina sono 4850, 3200 le frisone e 2100 le pezzate rosse. Il resto sono razze meno diffuse come le grigio alpine e le brune originali. Per quanto riguarda la produzione, la media provinciale è di 71 quintali di latte per vacca. Negli anni ’70 era di 38.

«Nei decenni scorsi c’era la necessità di avere animali più produttivi, che garantissero stabilità economica alle aziende sulla base della vendita del latte - rileva il direttore Gianmario Tramanzoli, che domani sarà a Samolaco per dirigere l’evento dei cavalli -. Aver creato una genetica italiana a costi accessibili ha permesso di avere capi in grado di raggiungere gli equilibri fissati.  Negli ultimi anni la sensibilità del cliente si è evoluta. Al centro c’è sempre di più la qualità. Questo cambiamento ha determinato la necessità di rivolgere attenzione sia alla selezione, sia ad altri aspetti come il benessere animale, la valorizzazione delle razze autoctone e la biodiversità».

Attualmente le grigio alpine e le brune originali sono alcune centinaia. Ma secondo Tramanzoli si può aspirare a una crescita che avrebbe conseguenze positive sulla presenza in località dove attualmente il numero di capi è limitato. Basti pensare a quei paesi dove fino a pochi decenni fa c’erano decine di stalle e oggi invece si contano sulle dita d’una mano.

«Mantenere l’ambiente montano non vuol dire solo lavorare negli alpeggi in alta quota e in pianura. Bisogna occuparsi anche della mezzacosta, di quei terreni meno appetibili, ma fondamentali per vari motivi e non soltanto produttivi. L’allevamento rappresenta una fonte di mantenimento dei prati, con benefici che riguardano l’ambiente in sé e la fruizione da parte della popolazione locale e dei turisti. Anche per questa ragione riteniamo importante che la Valtellina sia popolata da razze espressione della tradizione dei nostri padri e avi».

Bovini che potremmo definire più frugali e di più facile tenuta e potrebbero occupare zone non proprio vocate all’allevamento della vacca da latte. «Maggenghi di media costa, ad esempio, che a volte non sono serviti in modo eccellente da strade. Questa prospettiva per noi è importantissima per promuovere il recupero del territorio e per le aziende di montagna, che si possono caratterizzare non tanto come estensive, quanto intensive».

L’orientamento, insomma, è la promozione della diffusione di stalle medio-piccole, per garantire un policentrismo produttivo che interessi anche località attualmente prive di imprese di questo settore.

«Per assicurare la sostenibilità di queste esperienze è fondamentale gratificare i piccoli produttori, ad esempio con specifici progetti – già attivi - capaci di portare nella ristorazione i formaggi. Questo circuito virtuoso presuppone lo sfalcio dei terreni in loco. I benefici riguardano anche l’occupazione giovanile. Fra le più belle sorprese ci sono under 30 e addirittura under 20, come ha testimoniato la premiazione alla Mostra del Bitto».

Le riflessioni di Tramanzoli sulla biodiversità e sul ricambio generazionale permettono di citare Carlin Petrini, presidente di Slow food, secondo cui «sessant’anni fa più della metà degli italiani erano agricoltori, ora lo sono solo il 4%, ma le nostre facce e i tratti somatici sono da contadini e bisogna essere orgogliosi di queste radici».  «Per alcune generazioni la tendenza è stata quella di dedicarsi ad altre attività, in contesti differenti. Ora il Dna dei nostri avi ci fa ritornare ad amare il nostro territorio», conclude Tramanzoli.


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