Medico vaccinato  risulta positivo  «Aveva già il virus»
Operazioni di preparazione per il vaccino, che deve essere custodito a bassissime temperature

Medico vaccinato

risulta positivo

«Aveva già il virus»

Domenica ha preso parte al “V-day” a Sondrio. «Nessuna correlazione, non c’erano ancora anticorpi»

Era felice di sottoporsi al vaccino anti Covid proprio nel V-day e di farsene, così, paladino presso i propri assistiti, nella piena consapevolezza della sua importanza, ma dopo pochi giorni dalla somministrazione, ha cominciato ad accusare sintomi sospetti. Che, una volta approfonditi, hanno dato il fatidico esito: Covid.

E’ accaduto ad un medico di medicina generale, fra i pochissimi, quattro in tutto, selezionati per partecipare al “Vaccination day” di domenica 27 dicembre, all’ospedale di Sondrio. Tre medici di base ed un pediatra di libera scelta che, convinti, come tutti gli altri operatori sanitari sottoposti a vaccinazione, hanno affrontato un pomeriggio intriso di emozioni e di speranze.

Invece, di lì a poco, la situazione si è complicata ed il medico ha dovuto, a sua volta, ricorrere alle cure dei colleghi. E sembra che si sia reso necessario il ricovero al centro Covid Morelli di Sondalo, anche se non vi sono conferme ufficiali. Forse, nelle prossime ore, sarà possibile avere maggiori ragguagli.

Quel che è doveroso, tuttavia, in questa sede, è sgombrare il campo da parallelismi fra la vaccinazione e l’insorgenza della malattia.

«Questa persona, che, ovviamente, non conosco, come altre che hanno contratto il Covid, in Italia, dopo essersi sottoposte a vaccino Pfizer, semplicemente, aveva già in incubazione la malattia - afferma Emilio Campanella, direttore del Laboratorio analisi Multilab, di Morbegno, da anni nel campo, sia come operatore della sanità pubblica sia privata -. Non c’è alcuna correlazione fra l’insorgenza del Covid e il fatto che si sia sottoposto a vaccino. Perché il prodotto in uso, Pfizer, così come tutti quelli che arriveranno, non inoculano il virus e, quindi, non possono provocare la malattia. Inoculano, soltanto, l’Rna messaggero, così si chiama, che è una particella che trasmette ad un altro Rna, detto ribosomiale, un’informazione precisa, cioè quella di produrre le proteine del virus, gli anticorpi che lo combattono. E che sono, cosiddetti, effimeri, cioè non eterni, non in grado di agire per un tempo infinito o elevato, ma per un anno, su per giù, un po’ come accade per gli anticorpi antinfluenzali classici. Per cui, poi, occorrerà rivaccinarsi dopo un anno, massimo due».

Impossibile, quindi, che il vaccino abbia potuto scatenare reazioni tali da far ammalare il medico. «Assolutamente, e, allo stesso modo - precisa Campanella - il vaccino inoculato non ha avuto il tempo per scatenare la produzione di anticorpi utili a contrastare il virus. Tanto più che la prima dose è piuttosto blanda, come efficacia, da questo punto di vista, mentre è con la seconda, dopo 21 giorni, che si scatena, appieno, il processo».

Il vaccino diviene efficace, infine, dopo almeno sette giorni dalla somministrazione della seconda dose. «Tra l’altro, va fatto anche nel caso in cui si sia già contratto il Covid a marzo - precisa Campanella - proprio per il fatto che, comportandosi al pari di un virus influenzale classico, anche se non per aggressività, perché è più aggressivo, produce anticorpi effimeri, incapaci di sopravvivere a lungo e, al pari, contrastare per parecchio tempo l’azione del virus sul nostro organismo».


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