Mazzette al fisco  Un funzionario   rompe il silenzio
Antonio Pennestrì

Mazzette al fisco

Un funzionario

rompe il silenzio

L’interrogatorioStefano La Verde parla col magistrato

È l’impiegato ripreso ad intascare una mazzetta

I Pennestrì scavalcavano altri commercialisti: ecco come

Ha reso interrogatorio ieri mattina in carcere a Como, Stefano La Verde, il capo team dell'Agenzia delle entrate finito in manette martedì scorso con l’accusa, tra le altre, di avere ricevuto una mazzetta per accomodare un accertamento fiscale. E, a differenza degli altri coindagati, finiti dietro le sbarre come lui (il suo capo Roberto Leoni, direttore a Como fino allo scorso 31 dicembre e i Pennestrì, Antonio e Stefano, padre e figlio, commercialisti), o ai domiciliari (l’imprenditore Andrea Butti), che si erano avvalsi della facoltà di non rispondere in sede di interrogatorio di garanzia, Stefano La Verde, assistito dal suo legale Raffaella Leoni, ha risposto a tutte le domande che gli ha sottoposto il giudice Maria Luisa Lo Gatto.

Scelta controcorrente

Una scelta che prelude ad una diversa strategia e, presumibilmente, alla volontà di chiudere celermente la partita. Il suo difensore non ha escluso di chiedere un interrogatorio da parte del pm titolare dell’inchiesta, il sostituto procuratore Pasquale Addesso. Ma per ora non ha avanzato istanze per attenuare la misura cautelare.

«Ha dato la sua versione dei fatti, fornendo le spiegazioni che il magistrato gli ha domandato» si è limitata a dire l’avvocato al termine dell’interrogatorio. Il giudice gli ha chiesto conto anche del video che lo inchioda mentre riceve una busta nello studio dei Pennestrì, che sarebbe il compenso per avere sostenuto le richieste dell’Agenzia nel corso del contenzioso relativo alla Tintoria Butti, dove lui dice che avrebbe fatto “o regist i fess”, il regista degli stupidi. Un modo per far capire che non avrebbe calcato la mano.

La scelta di La Verde di rispondere va dunque controcorrente rispetto a quella degli altri arrestati: ieri anche Stefano Pennestrì, in cella nel carcere di Monza, assistito come il padre Antonio dall’avvocato Giuseppe Botta, si è avvalso della facoltà di non rispondere.

Ancora La Verde con Leoni è protagonista di un episodio che bene illustra il “sistema Pennestrì” per accomodare gli accertamenti fiscali.

È il caso della sanzione da 200mila euro, che l’Agenzia aveva inizialmente pattuito con la Tessitura Serica Taborelli, per il tramite del suo commercialista Andrea Passarelli, dopo avere scoperto una incongruenza tra partite di materiale in ingresso e in uscita, ipotizzando che si trattasse di pagamenti in nero.

Ebbene, i finanzieri del Gruppo di tutela economica e finanziaria di Como provano che Leoni e La Verde si trovavano nello studio dei Pennestrì, il 26 novembre 2018, quando all’Agenzia giunge «una richiesta di piano di ammortamento da un consulente diverso dal dott. Passarelli, che con regolare delega ha seguito la pratica», come si legge nella mail di uno dei due funzionari che poi avrebbero denunciato Leoni. E peraltro lo stesso impiegato dice di aver chiamato il dottor Passerelli, «il quale gli aveva riferito di non essere a conoscenza della richiesta trasmessa dallo Studio Pennestrì».

Così la sanzione scende a 140mila euro, e il commercialista provvisto di regolare delega da parte della Taborelli viene scavalcato dai Pennestrì, proprio mentre Leoni e La Verde si trovano nel loro studio.

Concorrenza sleale

«Il vantaggio competitivo nei confronti degli altri professionisti - scrive il pm Pasquale Addesso - è costituito non tanto dalle operazioni fraudolente proposte, ma dai rapporti “privilegiati” intrattenuti dai Pennestrì con il direttore Leoni e altri pubblici ufficiali (Stefano La Verde)».

«Concorrenza sleale nei confronti dei professionisti onesti, che non propongono ai loro clienti scorciatoie illegali» è il commento di Sandro Litigio, presidente dell’Ordine dei commercialisti.


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