Maestra Elena  ora lotta con il virus  «No, non è un film»
Uno dei disegni che erano arrivati alla maestra dopo il suo racconto su YouTube

Maestra Elena

ora lotta con il virus

«No, non è un film»

La storiaIl racconto dell’insegnante di Albosaggia

diventata famosa per il video sul coronavirus

«Dall’ospedale vi dico: amatevi e tutelatevi»

Era la fine di febbraio. Le scuole erano appena state chiuse. E lei, maestra d’asilo alla scuola parrocchiale di Castione, per amore dei “suoi” bambini si era subito inventata, diventando virale (con sua grande sorpresa) sul web, la favola del “mostriciattolo con la corona”.

A distanza di poco meno di un anno quello stesso virus che era stata in grado di spiegare ai più piccoli, l’ha “confinata” in una camera d’ospedale. A Sondalo. Al Morelli, dove Elena Farina, mamma, moglie, figlia, sorella, adorata maestra, nonché consigliere della Fondazione Albosaggia sta combattendo la sua personale battaglia contro il Covid-19.

Chi semina bene

Ma tutto il bene che ha seminato con la sua favola, sta tornando indietro. Centinaia di messaggi di vicinanza e conforto che arrivano da ogni parte d’Italia. Una battaglia “svelata” da lei ieri con un post su Facebook. Testimonianza ripresa dal sindaco Graziano Murada, che l’ha ringraziata per quelle parole che arrivano diritte al cuore.

«Questo suo contributo si inserisce in quel percorso di crescita culturale della nostra comunità, dove Elena è da sempre attiva. Il racconto della sua lotta contro la “brutta bestia” è unguento per la nostra mente e non può che farci riflettere. Grazie Elena a nome di tutta Albosaggia» dice Murada.

La scelta di scrivere dalla sua camera d’ospedale è stata dettata dalla «speranza che queste mie righe possano in qualche modo fare riflettere. Null’altro». Inizia così il post della maestra Elena. Parte dal 5 dicembre. Quando la sua vita era «casa-scuola, non vedevo parenti (scocciati) e amici da tempo». In mattinata una visita dal dentista e una tappa in un negozio dove non entrava da mesi. Ma quel pomeriggio compare la febbre. Il lunedì successivo il tampone. Il giovedì l’esito: positiva, con tutti i sintomi del caso.

La diagnosi

«Inizio l’antibiotico, perché parte la tosse, che prosegue fino al venerdì successivo, quando inizio cortisone ed eparina. Il lunedì mi visitano gli Usca, “Angeli”, non dottori - sottolinea -, che mi confermano la polmonite. Mi aggiustano la terapia e mi danno la buona notizia di poter rimanere a casa, perché non ho problemi evidenti di saturazione».

Siamo al 21 dicembre, «peccato che il 19, avevo fatto il secondo tampone, portata in spalla da mio marito. Arriva l’esito negativo, ma i medici bloccano il tampone: per loro è certamente un falso». Quindi si prosegue con la quarantena a casa. In camera. Isolata dalle due figlie e dal marito, che non hanno mai avuto un sintomo.

Natale in solitudine

In solitudine ha trascorso il Natale. Ma la situazione invece di ristabilirsi, peggiora: « Avevo problemi di movimento e una certa nebbia mentale mi stava assalendo. Sapete quelli dei post che girano in rete e che nessuno vuole mai leggere, perché forse la verità è scomoda».

Il 30 dicembre di nuovo prelievi: «Alle 12 mi chiamano dall’ospedale e alle 14.30 circa arriva l’ambulanza: mi portano a Sondalo. Scopro di essere positiva e che il simpaticone (il virus, ndr) si è trovato un amichetto per farsi aiutare nel farmi dei danni».

Il racconto si fa sempre più emozionale ed emozionante: «Da qui in poi non potrò mai descrivere a parole quello che ho vissuto e sto vivendo. Alle volte mi sembra di essere dentro un film, ma di questa strana avventura ne vorrò certamente fare tesoro» ammette grintosa e carica di energia, creativa e altruista come Elena è. Chi la conosce bene lo sa.

«Affido al futuro questa possibilità, perché ora al futuro ci credo. So che sono arrivata nel posto giusto al momento giusto e che il primo dell’anno qualcosa o qualcuno ha deciso che per me la storia doveva continuare – si legge -. Ora sto seguendo una terapia e sono in netta ripresa. Qui mi trattano tutti come una regina. Loro, uomini e donne con i cappucci bianchi o i camici lunghi fino ai piedi azzurri, che si scocciano ogni lembo della divisa per non far passare nulla - ringrazia il personale del Morelli - Ma hanno sempre gli occhi sorridenti e sono pronti a darti conforto. Loro sì, sono in missione».

La realtà

Perché «il “simpaticone”, che io disegnavo, tondo e paffuto, alla fine non era poi così simpatico!» Sono loro che le spiegano «che è un killer spietato, con un mazzo di chiavi in mano, che può aprire tutte le porte del nostro corpo e finire dove trova il nostro punto debole e lì, crudele, fa disastri».

Alle volte cerca alleati, «quindi torna alla porta principale e fa entrare qualcuno che lo aiuti ad attaccare i polmoni e poi finiscono insieme il lavoretto in qualche altra tua parte debole».

Ripensando a quel “mostriciattolo” aggiunge: «Altro che disegnargli una così bella corona! Bene, ora veniamo alla parte bella: quando tornerò a casa prenderò del tempo per me, per risanarmi, apprezzare questa seconda vita, coltivare i miei hobby, i miei talenti e le mie passioni. Purtroppo, per un po’, a distanza dei miei amati bambini. Perché forse anch’io, nella frenesia della quotidianità, ho tralasciato di ascoltare le mie priorità».


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