L’ulivo avanza a Nord. Con il clima che cambia è sempre più diffuso
In provincia di Sondrio l’ultima frontiera Nord dell’olio d’oliva italiano

L’ulivo avanza a Nord. Con il clima che cambia è sempre più diffuso

Lo studio. La Coldiretti parla di 10mila piante in Valle. Per la Fojanini sono 15mila e 500 quintali di prodotto. I vigneti salgono in quota e si coltivano a 1.500 metri.

Il cambiamento climatico stravolge la mappa delle coltivazioni in Italia, una tendenza sempre più inarrestabile. Se l’ulivo è arrivato, a partire dagli Anni Novanta, a ridosso delle Alpi, pomodoro e grano spopolano nella pianura Padana, dove si coltiva circa la metà della produzione nazionale, mentre i vigneti sono ormai in vetta a 1.500 metri. Basti pensare che è in provincia di Sondrio l’ultima frontiera Nord dell’olio d’oliva italiano, mentre negli ultimi dieci anni la coltivazione dell’ulivo in Valtellina è passata da zero a 10mila piante, su quasi 30 mila metri quadrati di terreno. E se in Toscana sono arrivate le arachidi, il vino italiano, fa sapere la Coldiretti, è aumentato di 1 grado negli ultimi 30 anni, con una vendemmia anticipata anche di un mese rispetto al tradizionale mese di settembre. Il caldo ha cambiato anche la distribuzione dei vigneti con la presenza della vite a quasi 1200 metri di altezza, come nel comune di Morgex e di La Salle in provincia di Aosta.

Con i cambiamenti climatici arrivano le prime coltivazioni di mango e avocado Made in Italy insieme ad altre produzioni esotiche di largo consumo, come le banane e specialità meno conosciute dallo zapote nero alla sapodilla.

È quanto emerge dal primo studio Coldiretti “I tropicali italiani” presentato al Villaggio contadino a Milano. Effetti del surriscaldamento destinati a modificare i comportamenti di consumo, ma anche le scelte produttive delle stesse aziende agricole. E cambiano anche le coltivazioni di vigne e ulivi che si spostano al Nord a caccia di un clima più fresco. Ad oggi sono oltre 500 gli ettari piantati con frutti tropicali, aumentati di 60 volte nel giro di appena cinque anni. A far la parte del leone è la Sicilia, spiega Coldiretti, con coltivazioni di avocado e mango tra Messina, l’Etna e Acireale, ma anche frutto della passione, zapote nero (simile al cachi), sapodilla e litchi.

Il tutto grazie ai giovani agricoltori che hanno scelto queste coltivazione spesso recuperando terreni abbandonati proprio a causa dei mutamenti climatici. Tropicali italiani anche in Calabria dove, oltre a mango, avocado e frutto della passione si aggiungono melanzana thay, macadamia (frutta secca a metà tra mandorla e nocciola), annona e canna da zucchero. Un mercato, quello del tropicale tricolore, che ha tutte le potenzialità per crescere: il 61% di italiani sono pronti ad acquistare frutti esotici nostrani e non quelli stranieri, secondo un sondaggio Coldiretti-Ixè diffuso per l’occasione; con il 71% disposto a pagare di più per avere la garanzia dell’origine nazionale. Una scelta motivata dal maggiore grado freschezza, ma anche perché l’Italia è al vertice della sicurezza alimentare mondiale con il minor numero di prodotti con residui chimici irregolari (0,8%), quota inferiore di 1,6 volte alla media dell’Unione Europea (1,3%) e 7 volte a quella dei Paesi extracomunitari (5,5%).

Tornando all’ulivo in Valtellina, ecco i numeri i numeri illustrati dalla Fondazione Fojanini nel gennaio di quest’anno a Morbegno, in occasione del primo concorso al merito per gli oli extravergini prodotti in provincia: cinquanta ettari di terreno coltivati a ulivo e circa mille piante messe a dimora ogni anno. «Abbiamo avviato questo progetto con l’intento principale del mantenimento del territorio - aveva spiegato il tecnico della Fondazione, Ivano Foianini - visto che l’olivo è l’unica alternativa alla vite sui terrazzamenti che ricoprono il versante retico. I motivi sono da ricercare nelle condizioni del terreno, impervio e che trattiene poca acqua, e nella necessità di colture che non compromettano i muretti. La Valtellina ha potenzialità olivicola non inferiore ad altre zone della Lombardia e se un’attenzione maggiore va prestata agli inverni rigidi, questa stessa condizione porta dei vantaggi nel contrasto di alcune malattie della pianta». Le piante presenti in provincia a inizio a 2019 sono 15mila e la produzione di circa 500 quintali di olive all’anno. Se mediamente vengono messe a dimora mille nuove piante ogni anno, lo scorso ha visto invece un aumento di 2mila piantine anche grazie all’iniziativa della Comunità montana di Morbegno.

Ad oggi gli olivocoltori fanno riferimento a frantoi fuori provincia. «Nel ruolo di assessore provinciale all’agricoltura che ho rivestito fino a pochi mesi fa - aveva detto Christian Borromini, presidente della Cm - ho appostato in bilancio 30mila euro per l’olivocoltura indicando la realizzazione del frantoio come una priorità. Conto sull’impegno dell’ente provinciale e degli altri del territorio affinché questo obiettivo si realizzi».


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