Lezioni in presenza  ai figli dei sanitari  Per gli altri non si sa
Sono riprese le lezioni a distanza

Lezioni in presenza

ai figli dei sanitari

Per gli altri non si sa

Famiglie e scuole sono nel caos più completo. La norma prevede che possano frequentare gli istituti i ragazzi di chi fa “attività essenziali”, ma non si dice quali

Tantissimi i genitori. Centinaia, sia mamme che papà, stanno rivendicando l’eccezione e chiedono di poter mandare il proprio figlio in classe, in quanto lavoratori essenziali: dal bancario al postino, alla cassiera. Soprattutto per la scuola dell’infanzia e la primaria. Meno per le medie.

Dopo l’entrata in arancione rinforzato e la chiusura delle scuole stabilita dall’ordinanza del presidente di Regione Lombardia Attilio Fontana è scoppiato il delirio.

La domanda

Ma il punto è: quale lavoratore è essenziale? E, in quanto tale, chi rientra nelle categorie delle famiglie che possono beneficiare del servizio scolastico in presenza? Un quesito sino a ieri sera senza risposta che ha scatenato la bagarre. Sono stati tempestati i centralini degli istituti comprensivi. Oggi accadrà altrettanto con un macigno che è cascato sulla testa dei presidi, che con tutto quello che comporta l’organizzazione della Didattica digitale integrata nel giro di poche ore, hanno già il loro bel daffare.

Il classico problema all’italiana, perché il difetto pare essere nella norma, che recita: «La didattica in presenza deve essere garantita anche in zona arancione scuro per gli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali e per gli studenti figli di lavoatori che espletino attività essenziali».

E quali sono? «Gli studenti figli di personale sanitario o di altre categorie di lavoratori, le cui prestazioni siano ritenute indispensabili per la garanzia dei bisogni essenziali della popolazione» specifica, generica, la nota emanata giovedì 4 marzo dal ministero dell’Istruzione.

Quel che è certo, quindi, è che nella categoria dei lavoratori essenziali rientrano il personale sanitario (medici, infermieri, oss) in prima linea nella cura e nel contrasto al coronavirus e il personale sanitario delle Rsa. Gli altri dovrebbero essere, ma qui ci sono interpretazioni contrastanti, le forze dell’ordine e anche il personale scolastico impegnato nelle attività in presenza.

L’Ufficio scolastico territoriale di Sondrio ha interpellato la Prefettura per sapere qualcosa di più e l’indicazione che filtra sarebbe quella di operare in senso restrittivo, limitando il più possibile le lezioni in presenza, e, quindi, gli spostamenti. Ma si aspettano comunicazioni ufficiali. E così stanno operando la maggior parte dei dirigenti scolastici.

«La norma non è chiara, ma qui è un delirio» dichiara dal comprensivo Paesi Retici Raffaella Giana, che ha passato la giornata di ieri a vagliare richieste di genitori e che si è per ora limitata ad accogliere solo le categorie espressamente citate nella nota ministeriale.

«Ci diano una lista»

Stesso discorso per Ombretta Meago, che dirige il comprensivo Sondrio Centro: «La situazione è davvero caotica. Resto in attesa di capire cosa risponderà la Prefettura, ma già da oggi – ieri per chi legge, nda – in classe in presenza abbiamo accolto gli alunni con disabilità o con bisogni educativi speciali. Ho preso tempo, perché devo capire cosa dobbiamo fare, per evitare discriminazioni da una parte e strumentalizzazione dall’altra. Che ci diano una lista dei lavoratori essenziali».

D’altro canto però la verità è che le famiglie si sono trovate da un giorno all’altro a doversi organizzare. «Una situazione veramente incresciosa quella che si sta verificando in questo momento. In particolare, mi riferisco al fatto che a quanto pare esistano dei lavoratori di serie A, i cui figli possono essere ammessi a scuola anche in situazione di emergenza e pandemia che richieda la chiusura delle scuole, e i lavoratori di serie B» lo sfogo di una mamma, Anna Lisa Bottalico, che ha scritto alla nostra redazione. «Per questi ultimi e per i loro figli non esiste alcun diritto, nonostante anche loro paghino le tasse. Quando c’è stato il primo lockdown almeno si è avuto il buongusto di non fare distinzioni, a parte ovviamente per i sanitari per i quali erano stati previsti indennizzi diversi giustamente direi, tutti i bimbi ed i ragazzi erano rimasti a casa, indipendentemente dal lavoro dei genitori. Ora invece - conclude - ci sono lavori che evidentemente fanno più dignità di altri: è costituzionale?».


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