Le infermiere delle cooperative   «Vaccinateci, non siamo di serie B»

Le infermiere delle cooperative

«Vaccinateci, non siamo di serie B»

L’appello ad Ats Fanno tamponi, prelievi o assistenza a domicilio, spesso in famiglie contagiate

i «Non siamo infermiere di serie b. Lavoriamo sul territorio a contatto con i malati Covid, ma siamo state dimenticate dalla campagna vaccinale: quanto toccherà a noi? Vaccinarsi è un diritto anche nostro a tutela della nostra salute e di chi assistiamo, e spesso si tratta di persone fragili».

Sono l’esercito delle infermiere territoriali di Sondrio, Morbegno, Valchiavenna e Valcamonica, sono le professioniste dipendenti da cooperative sociali che lavorano per conto di Ats che quotidianamente, per nove ore al giorno, vanno di casa in casa ad assistere i loro pazienti, che sono anche malati Covid, sospetti Covid ai quali fanno i tamponi, i prelievi, in media dagli 80 ai 100 a settimana, prestando loro le cure dovute. Fanno parte a tutti gli effetti del comparto sanitario, lavorano in prima linea dal marzo dello scorso anno, «eppure siamo stati dimenticati in prima linea». Adesso fanno fronte comune per rivendicare la possibilità di essere vaccinate e lavorare con un differente margine di sicurezza.«Abbiamo aspettato a lungo prima di uscire pubblicamente con questo appello e lo facciamo presentandoci come gruppo, per evitare qualsiasi ritorsione, adesso siamo al limite- dicono- e non siamo le sole: con noi nelle case ci sono altre figure,  Oss (Operatori socio sanitari), Asa (Ausiliari socio assistenziali), Sad ( Servizio di assistenza domiciliare ) e specialisti come fisioterapisti o psicologi. Tutti ugualmente esclusi e nessuno di noi sa quando sarà vaccinato. Abbiamo presentato un nuovo sollecito anche oggi, visto che ieri la Regione ha parlato anche del territorio, ma non ci sono state date risposte».

Un mestiere a rischio anche psicologico, «spesso entriamo nelle case al buio, senza sapere cosa ci aspetta, ci bardiamo, indossiamo tutti i presidi sanitari, poi ci fanno sapere che abbiamo a che fare con un piccolo focolaio, magari una famiglia intera contagiata».

«Entriamo nei focolai»

«Lavoriamo sul territorio - aggiungono -, il nostro è un lavoro individuale a domicilio e non ci siamo mai tirati indietro: prendiamo le nostre auto le disinfettiamo , ci copriamo da capo a piedi e sole entriamo negli appartamenti dai quali usciamo per svestirci, cambiarci e rientrare nelle auto, da sanificare di nuovo, da sole, per tornare a casa, la nostra questa volta, con la paura di contagiare chi ci aspetta. Non vogliamo fare paragoni con altri sanitari, ma non siamo nemmeno sanitari di serie b , crediamo di avere gli stessi diritti». Poi c’è la tutela degli assistiti da garantire.

«Adesso i pazienti cominciano a chiederci quando ci vacciniamo, vogliono essere tutelati». A marzo e durante la prima ondata le infermiere erano le uniche sul territorio, nemmeno i medici visitavano più a domicilio. +

«E da allora non ci siamo fermate più, se non per le quarantene . Siamo umiliate da questa situazione, vediamo che viene vaccinato personale di imprese di pulizia, amministrativi o elettricisti di Ats che sicuramente sono a minor rischio rispetto a noi. Adesso meritiamo una risposta, abbiamo dato l’anima in questa pandemia, vogliamo solamente operare in sicurezza per noi e per gli altri».


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