L’attore Giuseppe Cederna  «Chiudere un teatro  è spegnere un fuoco»
giuseppe cederna

L’attore Giuseppe Cederna

«Chiudere un teatro

è spegnere un fuoco»

Giuseppe Cederna, attore con radici valtellinesi sullo stop agli spettacoli: «L’errore principale è non spiegare le motivazioni, la gente va coinvolta

Poi penso all’amico Salvatores, che ha il Covid»

«Chiudere un teatro è come spegnere un fuoco. E noi che affondiamo le nostre radici nella tradizione di montagna, che quel gesto di buttare acqua o cenere sulle braci alla sera prima di andare a dormire lo conosciamo bene, sappiamo quanto sia necessario per garantirci la sicurezza del sonno, ma anche quanta malinconica tristezza si porti con sé».

Giuseppe Cederna, attore teatrale e cinematografico, scrittore e autore, racconta così, con un’immagine che lo riporta alla sua Valtellina, alla casa degli antenati a Ponte, il significato dell’ultima decisione del Governo, così aspramente criticata da uomini e donne di spettacolo, di chiudere tutti i teatri, di spegnere le luci nelle sale. Di spegnere quel fuoco, alimento di passione e cultura. Lui che comunque, lavorando per il cinema, a breve dovrebbe partire con la lavorazione di un film. A pezzi, rispettando le regole, ma comunque potendo esprimere una parte della sua arte.

Non in teatro, però. Cederna era pronto a partire, a prendere un treno che da Roma lo avrebbe portato in Liguria, per uno spettacolo a cui teneva particolarmente, quando è arrivata la notizia.

Com’è andata?

È stato un colpo. Stavo per prendere il treno per raggiungere Sori, comune della città metropolitana di Genova, dove è previsto il debutto de “L’isola del tesoro” con la regia di Sergio Maifredi. Andavo per fare le prove, una prima parte. La valigia era pronta. Lo è ancora, per la verità. È rimasta lì, sull’uscio di casa. Segno, monito e simbolo stesso dell’interruzione. La notizia della chiusura dei teatri è stata davvero un duro colpo, mi ha portato via una cosa bella, una cosa in cui credevo, in cui credo, che mi piace.


Una reazione di profondo dispiacere, rabbia mista a tristezza, pur nella consapevolezza della difficoltà del momento. Una reazione a caldo, cui è seguito un momento di riflessione. Sarebbe stato possibile secondo lei evitare la chiusura di teatri e sale?

Mi viene da dire che tenerli aperti, considerando che sono protetti e sicuri, abbastanza protetti e sicuri come tutto è un po’ abbastanza in questo momento, sarebbe stata una bella sfida. I contagi, e lo dimostrano i numeri degli studi fatti, sono nulli a teatro come al cinema e allora sarebbe stato interessante dare la possibilità a chi ha voglia e coraggio di sentire una storia, le storie del teatro, di farlo. Evitare di spegnere quel fuoco.

Un fuoco che, come hanno ribadito molti suoi colleghi, è linfa vitale per il Paese.

La cultura è alimento primario per una società matura che vuole guardare al futuro anche se spesso questa sua valenza viene dimenticata, sacrificata su altri altari.

La sfida dovrebbe essere abituare le persone alla cultura. Non è così?

Lo spettacolo “L’isola del tesoro”, dedicato all’omonimo romanzo di Robert Louis Stevenson, inizia proprio con la storia di questo ragazzino, Stevenson stesso, sempre ammalato di polmoni - e la simmetria con quanto sta accadendo è impressionante - e per questo costretto a letto. Rimanendo a letto, con il padre che per rendergli la permanenza in casa meno dura gli racconta storie e la governante che gli canta ballate, questo ragazzino impara a giocare con niente, a creare mondi con l’immaginazione e ad ascoltare. Impara lui stesso a raccontare ascoltando. Ecco credo che questa immagine renda perfettamente l’idea: le storie sono luci nel buio che illuminano la notte della paura. E con questo provvedimento abbiamo spento queste luci»

Insieme alla tristezza profonda, c’è però anche la consapevolezza di un momento difficile, di un’emergenza sanitaria che colpisce tutti per arginare la quale qualcosa si doveva fare.

Come attore e come artista sono in lutto, ma d’altro lato come cittadino non posso che comportarmi da persona responsabile e provare a capire. In questo momento tutto è incerto, il mio amico Salvatores, che è la persona più attenta del mondo, che ha paura anche dell’influenza, ha preso il covid. E allora capisco che le proteste sono legittime, capisco la rabbia e la frustrazione di chi non ha stipendio, capisco le lunghe ed estenuanti discussioni che sento, ma mi viene anche da pensare che siccome abbiamo vissuto con angoscia e come un’allucinazione questo lungo lockdown qualcosa dentro di noi si è rotto e si ribella alla realtà, come se non ci volessimo rendere conto della gravità della situazione.

Il peso anche psicologico dell’incertezza ha certamente portato all’esasperazione mettendo in secondo piano il problema sanitario. Cosa si sarebbe potuto o dovuto fare diversamente?


L’errore principale del Governo in questo momento è di non riuscire a comunicare il perché profondo di certe scelte. Di non riuscire a spiegare, anche con i numeri, le motivazioni delle decisioni assunte. La situazione è certamente molto difficile e molto grave e nessuno di noi credo vorrebbe essere al posto di chi sceglie, ma è importante spiegare e coinvolgere le persone.

Anche perché oltre alla tenuta economica del Paese qui ne va della tenuta sociale e psicologica. Cultura e svago forse sarebbero stati importanti anche da questo punto di vista. Che cosa fa un attore senza teatro, un artista senza palco? Cosa può fare ciascuno di noi?


Quello che tutti noi possiamo fare in questo momento è non deprimerci, continuare a coltivare ciascuno la gentilezza verso gli altri, l’impegno verso il proprio lavoro. Continuare a leggere e a studiare. Ogni giorno io vengo al cimitero degli inglesi al Testaccio, vicino a dove abito. Ci sono le tombe con le lapidi fitte di tutti i viaggiatori, degli artisti, dei poeti. E poi c’è un grande prato con poche lapidi e sette panchine. Io mi siedo su una delle panchine a scrivere o a leggere. La mia piccola oasi.

Monica Bortolotti


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