L’alpino guarito  «Stavo per mollare  è scattato qualcosa»
L’alpino Ferruccio Amonini racconta la sua esperienza con il covid

L’alpino guarito

«Stavo per mollare

è scattato qualcosa»

Ferruccio Amonini nentre era ricoverato ha saputo della morte del papà per il Covid

L’alpino Ferruccio non ha esitazioni. Quando gli si chiede della sua esperienza col covid, la risposta arriva pronta, come di chi si è fatto, sulla propria pelle, un’idea precisa di cosa si tratti. «È stata - dice - la Terza guerra mondiale».

Una battaglia iniziata il 14 marzo scorso, quando Ferruccio Amonini, 57 anni, valtellinese per parte di madre e padre, originario di Piateda, ma di stanza a Cernusco Lombardone, nel Lecchese, ha dovuto ricorrere alle cure del pneumologi del Leopoldo Mandic, di Merate.

È riuscito, Ferruccio, a risalire all’origine dell’infezione?

Penso sia partito tutto da una visita fatta al Mandic stesso, a fine febbraio con mio padre Fiorenzo. Allettato da più di 13 anni, doveva effettuare visite e accertamenti diagnostici per cui l’ho accompagnato. Solo che, meno di due settimane dopo, sono comparsi i sintomi in tutti e due. Per me si è trattato di una tosse fortissima con febbre alta, fino a 39,5, e del fatto di non sentire, per nulla, i sapori, neanche dell’acqua che bevevo.
La situazione è subito precipitata: il 14 marzo, alle 19, ero già in ospedale con l’ossigeno attaccato. All’una di notte mi hanno portato in Medicina, area covid, e alle 8 del mattino ero già in Terapia intensiva col Cpap, che ho tenuto per sei giorni e sei notti. Un calvario.

È sempre stato cosciente?

Cosciente più che mai, avrei voluto mi addormentassero. Ero lì, l’unico col Cpap, vicino a nove pazienti intubati, che vedevo, a uno a uno, anche solo con la coda dell’occhio. Ma, soprattutto, sentivo i rumori, i suoni dei macchinari. Cicalini di tutti i tipi che risuonavano ogni secondo. Una cosa traumatica, anche perché, poi, certi suoni, impari a riconoscerli e capisci. In tre sono morti in una settimana. Ho chiesto, ai medici, il secondo giorno, di addormentarmi, ma mi hanno detto che non potevano assolutamente.

Tuttavia, non ha mai dovuto essere intubato?

No, due volte ho avuto un mancamento. Sono stato lì lì per andare all’altro mondo, ma mi hanno preso per i capelli. Mi hanno detto che se fosse accaduto ancora, mi avrebbero intubato di sicuro, ma non è successo.

Certo anche stare col Cpap per sei giorni non è facile.

È un disastro. È una specie di casco in plastica dura, molto grosso, basti dire che, dal naso, la calotta dista 15-20 centimetri. È ancorato con elastici sotto le ascelle ed entra aria a getto. Dal

Cpap siamo passati a una maschera grossa che pompava aria continua, una cosa come avere un phon in bocca ad alta velocità. Portata per 25 giorni e notti. Per la colazione, il pranzo e la cena veniva tolta e cambiata con una più piccola, ma, mangiare restava un impresa. La maschera poteva essere tolta solo il tempo di mettere il boccone in bocca, poi rimessa per masticare. Cose incredibili. Infine, gli ultimi nove giorni li ho passati con una maschera media che, di tanto in tanto, mi veniva tolta, per capire se reggevo senza.


Quando ha capito che ce l’avrebbe fatta?

Quando, a tre giorni dalle dimissioni, sono riuscito a stare senza maschera dalle 8 alle 14 del pomeriggio. Un successo insperato. Ero felice.

C’è stato, invece, un momento in cui ha pensato che non ce l’avrebbe fatta?

Sì, quando, il 21 sera, mia sorella mi ha scritto, via sms, che il papà era morto. Basta, mi sono sentito morire anch’io. Sono andato in crisi completa. È durata un’ora. Poi, qualcosa è scattato. Ho pensato alla mamma, alla sorella, ai miei figli, alla mia compagna, e mi sono detto che dovevo reagire. Ho deciso di non tirare i remi in barca e sono tornato a navigare.


Il 21 aprile scorso Ferruccio Amonini ha lasciato l’ospedale fra il tripudio generale. Una festa grande, perché, fino ad allora, su 80 pazienti ricoverati, solo cinque ne erano usciti vivi.

Sono i miei angeli azzurri - conclude Ferruccio -, sono diventati amici, non li ringrazierò mai abbastanza, a cominciare dal primario Daniele Colombo, e dalla dottoressa Sveva Maggiolini. Senza il loro affetto, quello del mio compagno di stanza, dei miei famigliari e amici via sms, mille ne avevo, mi è andato in tilt il telefono, tanto che ho dovuto cambiarlo, non ce l’avrei fatta»


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