«L’accoglienza è parte del nostro Dna  Il governo sappia unire e pacificare»
Il vescovo di Como monsignor Oscar Cantoni durante la Messa con le comunità di migranti (Foto by foto Butti)

«L’accoglienza è parte del nostro Dna

Il governo sappia unire e pacificare»

Il vescovo Oscar Cantoni: «Possono coloro che vanno a Messa la domenica rimanere muti e sordi?»

Gli italiani, e le popolazioni comasche e valtellinesi, hanno nel loro Dna la virtù dell’accoglienza. Per questo «ogni diffidenza sarà superata». Ne è sicuro il vescovo di Como, Oscar Cantoni.

Nella sua esperienza precedente, ha già dovuto affrontare il tema dell’accoglienza dei migranti nella comunità. In base a quella esperienza, come ha trovato l’organizzazione di accoglienza di Como e la disponibilità o meno degli abitanti?

Conosco, per averle sperimentate direttamente, le difficoltà che quasi istintivamente ogni persona e ogni popolo deve affrontare al sopraggiungere di avvenimenti inattesi o per l’arrivo di nuove persone, provenienti da altri contesti culturali, giunti nel nostro territorio senza farsi troppo annunciare! Veramente gli altri ci scombinano perché tanto diversi da noi e facilmente, di primo acchito, possono nascere prevenzioni e diffidenze. Non è immediato passare da una mentalità portata a scorgere negli altri dei possibili nemici a una nuova visione, che invece accoglie e considera i nuovi arrivati non come ostacoli, ma vere e proprie opportunità insperate, risorse inattese, che solo con il passare del tempo, però, si possono constatare. Ovunque c’è bisogno di un tempo di decantazione per “imparare a immaginarsi” con uno stile nuovo, appunto quello della accoglienza e della solidarietà, piuttosto che ritenere degli intrusi quanti arrivano dopo lunghe fatiche e sofferenze, persone scappate da persecuzioni, guerre e fame. Io ho incominciato il ministero episcopale a Como a fine novembre 2016, dopo un periodo che so molto difficile e problematico, in quanto si è dovuto prendere coscienza dei nuovi arrivati e studiare come imparare a riceverli ed accoglierli come persone e non come numeri né cose ingombranti. Tutto però dipende, come sempre, dalla larghezza di cuore (e di mente) di ciascuno di noi. Non dimentichiamo che il popolo italiano ha nel suo dna, da sempre radicato nella sua storia, la virtù dell’accoglienza.

Nell’estate 2016 ci fu una grave emergenza e una bella mobilitazione di volontari per l’accoglienza. Quella capacità di far fronte alla situazione del momento è sfumata oppure ha lasciato traccia nei modi con cui i volontari agiscono?

La nostra gente, in generale, ha dato prova di grande accoglienza (e non solo da parte dei cristiani). I nuovi arrivati non sono numeri, ma persone che hanno affrontato qualsiasi sofferenza, pur di scappare dai loro paesi. Perciò vanno sempre trattati con grande rispetto, nonostante i disagi che inevitabilmente possono sorgere. Io credo che il Signore abbia permesso questa inattesa esperienza per dilatare la nostra umanità, per mettere a prova la nostra disponibilità ad accogliere gli altri come fratelli e imparare a difendere la vita, ogni vita, e condividere, secondo le leggi della fraternità cristiana.

Cosa si aspetta che faccia un fedele di fronte all’immigrazione?

I cristiani non possono stare tranquilli e ignorare quel che succede sotto i loro occhi. Mi pare significativo sottolineare come nel tempo siano cresciute diverse attività di servizio. Penso ai corsi di italiano per stranieri, che impegnano almeno 150 volontari, all’osservatorio giuridico legale, ai luoghi in cui i medici offrono gratuita assistenza. Strutture già esistenti hanno avuto l’opportunità di rafforzare la qualità del loro impegno, a sevizio dei nuovi arrivati.

A dicembre raccomandò di orientare la propria scelta di voto per le elezioni politiche (in senso cristiano) secondo un certo orientamento. Che commento si sente di fare ora?

Come pastore, sento l’urgenza di evitare che la questione migranti diventi l’occasione per distrarre l’opinione pubblica dai molteplici e gravi problemi che l’Italia e il mondo occidentale sta attraversando. Rispetto gli esiti delle elezioni politiche, mi auguro solamente che il nuovo governo sappia unire e pacificare, evitando di fomentare quel clima di rancore sociale, che sento serpeggiare nella mentalità comune, anche di tanti cristiani, che purtroppo dimenticano il dovere dell’impegno per il bene comune, fomentando interessi di parte. Possono forse i cristiani ignorare i drammi che si svolgono sotto i loro occhi? Possono coloro che vanno a Messa la domenica rimanere muti e sordi di fronte ai drammi di tanti poveri, che sono nostri fratelli e sorelle? Come Chiesa non possiamo nemmeno sottrarci al dovere di collaborare lealmente sui temi etici e sociali, quali la vita, la famiglia, i giovani, il lavoro, la casa. Per uscire dalla crisi, occorre che ci aiutiamo a superare decisamente pregiudizi, paure e diffidenze che si respirano facilmente anche in certi ambienti cattolici. È lapidaria la risposta del Papa: “Di fronte alle sfide migratorie, l’unica risposta sensata è quella della solidarietà e della misericordia”. Oltre al tema dei migranti, occorre riconoscere che il nostro Paese sta attraversando un periodo di grande povertà, dai precari ai disabili, dai neet (cioè i giovani tra i 18 e i 24 anni che non lavorano e non sono inseriti in un percorso di studi) a quella fascia di popolazione adulta che è uscita dal mercato del lavoro e rischia di non rientrare più. Un impegno di fondamentale importanza resta l’attenzione ai giovani, offrendo loro la possibilità di esprimere i loro talenti, realizzando così i loro sogni. Noi tutti, poi, facciamo la nostra parte sul piano culturale ed educativo, impegnandoci nella proposta e nel ricupero di valori comuni, la gran parte smarriti, che suscitano rispetto, attiva solidarietà e creano vincoli fraterni. La politica giusta è quella che si pone al servizio della persona, e di tutte le persone.

Quali le responsabilità di chi si vuole chiamare cristiano?

È giunto il momento di accogliere il nuovo che sta emergendo nella politica italiana per educare i cristiani ad avvertire l’esigenza stringente di un impegno pubblico, quale testimonianza di una fede piena e matura. Senza una incisiva testimonianza di servizio nella cosa pubblica, per la promozione del bene comune, la fede resta ancora incompleta. Il nostro impegno pastorale non può riguardare solo la formazione interna della comunità cristiana, ma deve essere proteso ad educare all’impegno sociale, culturale e politico, cioè all’impegno per il bene comune. È la sfida che oggi risuona nelle nostre comunità cristiane perché diventino un “Chiesa in uscita”, capaci di contribuire a gettare semi di fraternità, utili per una convivenza pacifica e solidale, in cui ci sia spazio per tutti. È giunta l’ora che l’associazionismo cattolico si unisca insieme per una presenza attiva e responsabile dentro la nostra società, che ha fame e sete di proposte valoriali incisive, a servizio di tutti.


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