La tragedia sulla funivia Tutto il settore sotto choc
Bormio, la funivia gemella di quella sul Mottarone

La tragedia sulla funivia
Tutto il settore sotto choc

L’incidente del Mottarone ha davvero scioccato l’intero settore degli impiantisti che ribadiscono la sicurezza delle nostre strutture

Stupore, amarezza, preoccupazione. Sono i sentimenti che pervadono il mondo degli impiantisti di casa nostra, dalle 12.30 di domenica, incollati ai media, nel tentativo di capire cosa sia successo fra Stresa e il Mottarone per procurare una simile tragedia.

«Abbiamo una funivia gemella, qui, a Bormio, fra i 2.000 e i 3.000 metri - dice Valentino Galli, presidente della Società Impianti Bormio -, sottoposta a revisione straordinaria quattro anni fa. Basti dire che abbiamo investito 600mila euro per ciascuna cabina, per la messa in sicurezza dei meccanismi che la sovrastano. Lo dico solo per rendere l’idea di quanto si investa a garanzia della sicurezza dei mezzi di trasporto e dei trasportati, senza dire poi di quanto siano accurati e puntuali i controlli e i collaudi effettuati da enti terzi, ministeriali, che effettuano le visite ispettive del caso».

Galli, che ha una lunga esperienza nel settore ed è proprietario di impianti anche a Livigno, fatica a capacitarsi, come tutti i suoi colleghi, dell’accaduto.

«Già il fatto che si spezzi una fune traente ha dell’incredibile, ma ancor più - precisa - il fatto che non si apra il freno d’emergenza. A quanto pare sul mezzo non era presente fisicamente il vetturino, che noi qui a Bormio abbiamo, però, ugualmente, il controllo da remoto nella stazione di monte o di valle è presente. Tant’è che ha funzionato per la cabina in discesa, e non per quella in salita. Faccio presente che in sede di controllo dei mezzi, il funzionamento del freno d’emergenza viene verificato eccome, con certi strattoni all’impianto...».

Al pari di Valentino Galli, anche Massimo Fossati, presidente di Anef (Associazione nazionale esercenti funiviari) Lombardia, e gerente degli impianti ai Piani di Bobbio-Artavaggio, ha una funivia identica a quella precipitata.

«È quella che porta ad Artavaggio - precisa - e anche noi abbiamo il vetturino a bordo, però il fatto che non fosse presente sulle cabine del Mottarone, non costituisce una mancanza. Semplicemente può non esserci se il mezzo viaggia a “velocità penalizzata”, così si dice, cioè più lentamente del normale. Resta da capire come mai non sia entrato in funzione il freno d’emergenza, che dovrebbe attivarsi in automatico dopo la rottura del traente».

Fondamentale, tuttavia, per gli operatori del settore è cercare di rimanere con i piedi ancorati a terra e «veicolare il messaggio che gli impianti sono sicuri - dice Fossati - Ma non perché si voglia sottacere la gravità dell’accaduto, ma perché è così. Nessun impiantista ha mai lesinato nella sicurezza dei propri impianti. Almeno qui in Lombardia, dove conosco le realtà ad una ad una, l’attenzione è massima. E’ importante rimarcare questo aspetto, perché temo che la ripercussione dell’accaduto, sulla clientela, sarà inevitabile...».

Allo stesso modo la pensa anche Arnaldo Soncelli, vicepresidente Federfuni e suo referente per la Lombardia, secondo il quale «le persone non devono avere paura perché le strutture sono super controllate e super collaudate. Tant’è che, dopo gli anni Settanta, grossi incidenti, da noi, non se ne sono mai verificati, salvo il caso del Cermis, del 1998, ma dettato dall’urto di un aereo».


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