«La signora Anna non deve stare in cella»
La donna ha raccontato in modo lucido ma prostrato l’ultima notte trascorsa accanto al fratello

«La signora Anna non deve stare in cella»

L’inchiesta a Sondrio. Ha confessato di aver ucciso il fratello. I suoi avvocati sono pronti a chiederne la scarcerazione. Lunedì mattina l’udienza di convalida davanti al Gip. Nei prossimi giorni l’autopsia sulla salma dell’ottantenne.

Nonostante le spontanee dichiarazioni a cui hanno subito fatto seguito i primi riscontri - che sembrano confermare quanto raccontato da Anna Forni, la settantenne che venerdì mattina si è presentata nella caserma dei carabinieri di Sondrio per confessare di aver aiutato il fratello a togliersi la vita -, l’inchiesta sulla morte di Alberto Forni, dieci anni più di lei, è ben lontana dall’essere conclusa.

Nessun giallo, ben inteso, ma in sospeso ci sono questioni di non poco conto, soprattutto in vista della strategia che i difensori della signora milanese - accusata di omicidio volontario - decideranno di adottare. E non è forse un caso se la donna ha smesso di rilasciare dichiarazioni spontanee quando il pubblico ministero Marilina Contaldo l’ha formalmente accusata e l’ha interrogata alla presenza dei suoi due legali: Paolo e Nicola Marchi.

Prima di chiudersi nel silenzio, venerdì pomeriggio, la signora Anna ha raccontato in modo lucido e calmo tutta la sofferenza che per mesi ha visto consumare il fratello, divorato da quella depressione che si era manifestata dopo la morte di sua moglie. Giovedì sera il signor Alberto, che viveva in uno degli alloggi protetti della Fondazione Longoni di via Don Bosco, a Sondrio, si è coricato e ha ingurgitato diversi farmaci, con il chiaro intento di farla finita. La signora Anna - che vive nella stessa struttura - lo ha vegliato, fino all’alba, e quando si è resa conto che da quel sonno profondo non si sarebbe più risvegliato, ha deciso di porre fine a quell’agonia, soffocandolo con un lembo del lenzuolo e un sacchetto di plastica.

«Voleva morire, non ce la faceva più: l’ho aiutato», ha confessato ai militari che da subito hanno avuto per questa donna un particolare riguardo, tanto era palpabile il dramma che l’ha lacerata e prostrata. La confessione però non basta, ai fini dell’inchiesta. Servono elementi di prova. E l’autopsia sarà determinante.

«Provvederemo a nominare un nostro consulente», si affrettano a precisare i legali della donna. Se la morte del signor Alberto verrà attribuita prevalentemente ai farmaci e quindi al tentato suicidio dell’uomo, allora la posizione processuale della sorella potrebbe alleggerirsi e di parecchio. Intanto però gli inquirenti non tralasciano alcun passaggio. Ieri ad esempio si è tenuta una perquisizione nell’appartamento in cui l’uomo risiedeva in via Samaden, prima di trasferirsi a Primolo, in Valmalenco, località che nell’agosto scorso ha lasciato per entrare nella struttura protetta. «Non ci siamo rimasti a lungo - dichiara l’avvocato Paolo Marchi -, anche perché di fatto quei locali erano vuoti».

Lunedì, invece, è atteso l’interrogatorio davanti al Gip Carlo Camnasio, al quale i due difensori sono pronti a presentare istanza di scarcerazione. «La signora Anna è stata portata al carcere femminile del Bassone di Como, ma siamo convinti che lì non ci debba stare e che non ci siano ostacoli a una misura meno inflittiva, del resto non c’è alcun pericolo di fuga».


© RIPRODUZIONE RISERVATA