«La montagna ha limiti da rispettare»
Uno scorcio del rifugio Omio in Val Masino da cui parte l’allerta per quanto accade in montagna

«La montagna ha limiti da rispettare»

Troppa superficialità. Sempre più escursionisti poco prudenti: un fine settimana “esemplare” al rifugio Omio. «In quota con leggerezza, senza conoscere il percorso o con l’attrezzatura non adatta: così si rischia moltissimo».

Nell’arco di un solo fine settimana tre episodi di fila, emblema dell’imprudenza e di quella superficialità nell’affrontare la montagna che Graziano Gilardi, arrivato dal Lecchese cinque anni fa per trasferirsi a San Martino e per gestire - questo è il terzo anno - il rifugio Omio, cerca di sconfiggere, partendo dai piccoli grandi consigli dispensati ai clienti ogni giorno per evitare di finire in qualche brutta avventura. Del resto di episodi più o meno gravi dovuti alle imprudenze in montagna ne è zeppa la cronaca. Appena una settimana fa raccontavamo di una grave leggerezza sul ghiacciaio dello Scerscen Superiore dove mamma e figlia comasche si sono improvvisate alpiniste e, prive di adeguata attrezzatura, sono scivolate in un crepaccio del ghiacciaio a 3200 metri di quota, fortunatamente salvate dai soccorsi.

«Il messaggio che voglio che passi - dice Gilardi - è che la sfortuna è dietro l’angolo, ma con la prevenzione e un’attenzione maggiore si può evitare. Ad esempio, quando si pensa di raggiungere un rifugio dopo cena, troppo tirati con i tempi, è un attimo farsi sorprendere dal buio, magari senza essere dotati di torcia perché ci si crede immortali con un telefonino che prima o poi si scarica. E con il buio tutto è più difficile».

Poi c’è l’abc di ogni escursionista di percorsi in quota. «Innanzitutto bisogna essere preparati a livello fisico, sapere affrontare un dislivello e avere la dotazione di base: adesso va di moda correre e utilizzare scarpette basse ovunque, meglio gli scarponcini alti perché una slogatura della caviglia è subito fatta. Fondamentale la conoscenza del percorso che si sta affrontando, senza affidarsi a internet o alle mille bellissime fotografie su Instagram o Facebook. Bisogna informarsi sulla difficoltà tecnica, le condizioni meteo, specialmente in questi periodi dove gli eventi estremi sono diventati più frequenti. Negli ultimi anni è aumentata un po’ la superficialità, si sale in quota con leggerezza, poi ci si stanca e si chiamano i soccorsi che, in quanto tali, non vanno confusi con un aiuto che arriva perché si è partiti tardi o non si è allenati». E ancora: «La montagna rispetto a qualche anno fa è diventata più attraente, quindi ci sono sempre più persone che tendono a volerla raggiungere senza esperienza dei luoghi».

Il gestore del rifugio Omio ha riportato le sue parole sui social, descrivendo le ultime tre serate in capanna come «sintomatiche di tre modi differenti di affrontare la montagna, ma tutti al limite dell’incoscienza». Venerdì due ragazzi sono rientrati alle 23,30 dalla scalata sulla Punta Sfinge, una via impegnativa: erano partiti in tarda mattinata dalla Omio. Alcune problematiche durante la discesa hanno ritardato il loro rientro, conclusosi positivamente in nottata. «Ma già la partenza in tarda mattinata per scalare quella via, vale più di mille parole».

Sabato sera un gruppo di nove ragazzi in traversata dalla Val Codera, attraverso il passo Ligoncio, è arrivato alla Omio all’1.40 della notte, sfinito dalle innumerevoli ore di camminata. «Gli enormi zaini hanno rallentato la loro progressione; privi di tende per accamparsi e con i cellulari senza campo, avevano come unica soluzione il rifugio». Domenica tocca a tre escursionisti stranieri in salita dalle Terme dei Bagni di Masino. «Ci chiamano verso le 17 per avvisare che stavano partendo». Il buio e un temporale li hanno sorpresi durante la salita. Forse poco allenati, con i loro pesanti zaini, sono arrivati alla Omio quando ormai sono le 23 su una tratta che normalmente richiede meno di metà tempo. Fortunatamente i tre casi si sono conclusi senza danni. «Il primo affrontato con la spensieratezza dei vent’anni, il secondo con la non consapevolezza di dove si stesse andando, il terzo con la cattiva abitudine di arrivare in rifugio ormai dopo cena. E se la sfortuna ci avesse messo lo zampino? Si mobilitiva qualche ammirevole volontario del Cnsas? Così, forse, stiamo andando oltre i limiti che la montagna esige».


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