La lotta al bullismo, gioco di squadra tra scuola e famiglia
Stela Musteata e Salvatore Licata

La lotta al bullismo, gioco di squadra tra scuola e famiglia

Partecipato incontro a Chiesa in Valmalenco. Licata: «Il fenomeno esiste quando mancano gli adulti». Collaborazione di tutta la comunità la via per affrontarlo.

Un tema di stretta attualità che preoccupa. E la partecipazione lo dimostra. Tantissimi genitori, insegnanti e dirigenti scolastici nella sala Teca di Chiesa in Valmalenco sabato sera scorso in occasione di una serata su bullismo e cyberbullismo organizzata dall’Istituto paesi retici diretto da Raffaella Giana e dalle due Unioni dei Comuni della Valmalenco. Protagonisti della serata il dottor Salvatore Toti Licata - formatore, criminologo e collaboratore dell’università di Milano Bicocca -, e la dottoressa Stela Musteata, psicologa, neuro psicologa e collaboratrice dell’ospedale San Raffaele di Milano.In precedenza, al mattino, i due esperti si erano confrontati sullo stesso tema con i bambini delle elementari della Valmalenco.

È stato il professor Licata ad aprire la serata con un articolato e interessante intervento volto in prima battuta ad analizzare le ragioni che portano alla nascita e allo sviluppo del bullismo, che è un atteggiamento di sopraffazione sui più deboli che si traduce spesso in violenze fisiche e psicologiche attuate specialmente in ambienti scolastici o giovanili. Per Licata «si può vincerlo, ma solo grazie ad azioni sinergiche che devono coinvolgere quattro elementi: la famiglia, l’ambiente, la scuola e il territorio. Si deve lavorare tutti assieme per far crescere un bambino, ci vuole una comunità intera che funziona; ognuno gioca un ruolo ben preciso nell’educazione di un bambino».

Licata ama il rugby, secondo lui in questo nobile sport «serve il gioco di squadra e il sostegno di tutti per vincere: con la sola forza fisica non si va lontano, si vince con la testa e usando il cervello». Spesso non ci si accorge degli episodi di bullismo, se non forse verso fine anno, quando ormai è tardi. Scuola e famiglia devono andare nella stessa direzione: tocca ai genitori segnalare anche il minimo episodio «perché è molto probabile che i conflitti partano da fuori e arrivino a scuola - spiega Licata -. La scuola è un termometro, misura il livello di diffusione di un fenomeno particolare che nasce da una serie di dinamiche di potere in base alle quali il bullo è colui che ha un ruolo di leader all’interno di un gruppo. Spetta all’insegnante modificare quelle dinamiche e i genitori devono fare altrettanto nell’ambito famigliare». Tocca agli adulti prendere di petto il problema perché «il bullismo esiste quando gli adulti non ci sono, sono assenti». Non a caso, secondo Licata i fenomeni che contribuiscono a creare il bullismo sono la mancanza di calore familiare, il mancato coinvolgimento del bambino nelle vicende famigliari, l’eccessiva permissività e tolleranza verso manifestazioni aggressive, e la mancanza di norme e regole; per evitare derive pericolose servono educazione, rispetto e amore.

«È fondamentale essere presenti. I tempi di interazione umana tra genitori e figli non devono essere pochi, altrimenti diventano solo di stampo normativo. Bisogna dare amore ai propri figli e dimostrarlo coi fatti». In chiusura Licata smonta anche la tesi in base alla quale il bullo va punito, allontanato e stigmatizzato: «No alla preclusione e allo stigma, sì alla giustizia riparativa - ha detto-, come i lavori socialmente utili per ricostruire una identità e dare al bullo un ruolo nuovo. Servono politiche volte all’inclusione più che alla punizione: sospendere un alunno che compie atti di bullismo non è la soluzione; è meglio includerlo, reintegrarlo, farlo sentire parte di un gruppo, perché - ha concluso -la logica dell’allontanamento è sempre una perdita».


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