«La gente non si parla. È sparito il “collante”»
Don Augusto Bormolini

«La gente non si parla. È sparito il “collante”»

Don Bormolini, vicedirettore della Caritas diocesana: «Mancano i momenti di scambio, anche dopo la Messa».

Un omicidio che irrompe da Villa di Tirano, nel contesto locale, innescato da rancori generatisi in famiglia, confessato con parole che mettono a nudo, anche, uno spaesamento, una fatica a comprendere i dati e l’ordine della realtà. Un “vuoto” in cui si fa strada e trova varco una violenza terribile, quasi arcaica, e malvagia.

La Valtellina si trova di fronte a un nuovo terrificante crimine, e la società si interroga, per episodi, come già per il delitto di Grosotto, nel 2014, o il fatto di sangue di Ardenno, Donald Sacchetto, 2009, che “squarciano” l’apparente tranquillità di questa provincia. Per delitti che si scoprono “della porta accanto” e che generano dubbi e interrogativi tra “chi conosceva”, chi non si capacita, «era tanto una persona normale: era qui ieri. Giocavamo a carte».

Ci si interroga su una «nuova indifferenza» che si annida in una società che sta cambiando e che evidentemente scopre fantasmi, genera anche, “mostri” o orrori. Quesiti che affronta la chiesa “sociale”, e indagatrice della provincia, e che prova a decifrare don Augusto Bormolini, vicedirettore Caritas diocesana.

«Io – spiega il parroco di Tresivio – avverto innanzitutto stupore: per fortuna nella nostra provincia questi casi estremi sono ancora molto rari, l’episodio suscita apprensione timore e anche interrogativi. Non si riesce a capire la motivazione – aggiunge – e non c’è mai giustificazione per un omicidio».

Emerge una prima interpretazione. «Ricordo – precisa don Augusto – che quando come Osservatorio sul suicidio in provincia, realizzammo la nostra ricerca sulla “Malaombra” si evidenziava che in Valle le persone tendono a sfogare la propria aggressività più su se stessi che all’esterno. Un dato di tendenza, rispetto ad altre regioni e zone, ad esempio più meridionali del paese in cui per costume la violenza si “sfoga” verso l’altro. Questa era stata un po’ la conclusione di uno studio vasto e approfondito. Certo, casi come quello di Grosotto, o questo di Villa di Tirano portano a rivedere alcune ipotesi fatte. E del resto – aggiunge il sacerdote – anche quando si studia un problema non si ottiene mai una risposta definitiva. Sono questi di cui stiamo parlando, crimini – dice anche – per certi versi “eccezionali”, da noi però fanno molta impressione. Capitano su un territorio in cui molti si conoscono, si conoscono le famiglie, i legami sono comunitari. Forse – aggiunge ancora don Augusto – inizia a mancare nei nostri paesi quel senso della comunità, l’antica consuetudine ad essere “uno per l’altro”, aumenta l’individualismo, si è portati a pensare solo alla propria famiglia e vengono meno quei termini di confronto, che ti sottraggono dall’isolamento. Scattano così anche certe dinamiche psichiatriche, che possono portare persino al raptus. Manca l’incontro normale tra famiglie, c’è gente che non parla con altri, per giorni».

Una società più divisa. «Manca il “collante” – precisa in ultimo don Bormolini – servono più momenti di incontro e più progetti di vita sociale. E questo – aggiunge – deve riguardare la progettazione sia delle istituzioni civili, sia religiose. Oggi la Chiesa non raggiunge più la totalità dei parrocchiani, alle funzioni incontriamo il 10, 15% della popolazione, e manca anche il dopo Messa domenicale, quel momento di incontro di scambio di vedute. Occorre “programmare” momenti di relazione, discussione, senza idealizzare i “tempi vecchi”: perché i gesti violenti, i soprusi, meno efferati, ma esistevano anche in passato».


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