Invaso e pescatori: «Quel limo non arriva  dalla frana del Cengalo»
I vertici di A2A durante l’emergenza hanno rispettato il protocollo che viene attivato in questi casi

Invaso e pescatori: «Quel limo non arriva

dalla frana del Cengalo»

Gli amanti delle lenze chiedono un piano per la gestione dell’invaso non solo nelle emergenze. A2A: «La nostra stella polare è la sicurezza della Valle».

«Serve un piano per evitare accumuli massicci nell’invaso di Villa». A tre mesi dalla frana del Pizzo Cengalo e dal conseguente svuotamento del bacino, prende la parola l’associazione di pescatori “Valli della Mera”. Lo fa con un intervento che non ha lo scopo di accusare gli enti e le aziende o dare vita a polemiche, ma l’obiettivo di evitare, in futuro, un nuovo «azzeramento del fiume». Un corso d’acqua, lo ricordiamo, dal quale i pesci sono praticamente scomparsi, da Bondo a Novate Mezzola. I tecnici della Regione hanno spiegato che buona parte dei due milioni di metri cubi di materiale accumulati nell’alveo della Mera deriva dal Cengalo. Valli della Mera concentra invece l’attenzione sui sedimenti – stime istituzionali di fine agosto parlavano di circa 300mila metri cubi - che fino a prima dell’incidente erano stoccati nel bacino e a quelli presenti in alveo a causa di svasi degli anni precedenti. Secondo i pescatori, gli inerti a valle dell’impianto sono molto più importanti che a monte. «Se i sedimenti fossero “figli del Cengalo”, i depositi dovrebbero essere più corposi a ridosso del corpo franoso, riducendosi nella discesa verso valle. E qui avviene esattamente il contrario». I pescatori scrivono di avere fotografato «nel periodo del disastro l’impianto colmo di limo e sedimenti e dopo lo smottamento il bacino appare completamente svuotato». Inutile, aggiungono, «far finta di non vedere».

L’associazione osserva come la paura che la frana potesse rappresentare una minaccia per le popolazioni della valle ha portato la Regione a ordinare lo svuotamento del bacino. «A quel punto tutto il materiale contenuto nell’invaso si è distribuito lungo l’asta fluviale. Fino a qui tutto in regola. Nessuno critica l’opportunità di subordinare la sopravvivenza dell’ambiente fluviale alla sicurezza di migliaia di persone. Il ragionamento deve essere un altro, e porta a quello che sosteniamo da anni: una gestione ecosostenibile dell’impianto». Un’argomentazione che secondo i pescatori vale per quanto successo con il Cengalo, ma anche per varie altre occasioni in passato.

Si chiede quindi un protocollo di gestione dell’impianto. «Un piano che non porti a un accumulo massiccio di inerti, ma preveda uno smaltimento progressivo e frequente nel tempo di volumi contenuti di inerti, meglio se fluitati in quei periodi dell’anno in cui il fiume ha una maggior portata. Siamo consapevoli che l’energia idroelettrica è una necessità, vorremmo solo che si accettasse l’irrinunciabile compromesso della compatibilità ambientale, trovando una modalità di gestione ordinaria capace di limitare i danni nel caso di eventi straordinari».

La Mera non è soltanto il fiume dei pescatori, «ma ci dà la nostra identità». L’intervento si chiude con una proposta rivolta anche alla politica locale «che non è stata presente come ci saremmo aspettati». «Enti, società idroelettriche e associazioni devono necessariamente confrontarsi e trovare un accordo nel più breve tempo possibile».

Una formula, quella della gestione condivisa, che risponderebbe alle aspettative di vari attori coinvolti. A2a, i cui dirigenti e tecnici sono stati mobilitati nel momento dell’emergenza - «e la stella polare che ha guidato le nostre azioni – hanno dichiarato dall’azienda nei giorni scorsi – è sempre stata la tutela della sicurezza», è pronta ad aprire immediatamente la diga in caso di eventuali situazioni di criticità. Non è interesse della società idroelettrica, inoltre, avere un bacino con del materiale all’interno. L’orientamento è quello di avere la minor quantità possibile di inerti, sulla base di precisi accordi con gli enti competenti.


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