Infermiera Covid  dal Morelli a Perugia  «Qui un’emergenza»
Silvia Del Curto, 26 anni, di Sernio

Infermiera Covid

dal Morelli a Perugia

«Qui un’emergenza»

Silvia Del Curto, di Sernio, è volontaria in Umbria. «Qui si sono trovati spiazzati, come noi in primavera. E non hanno personale: dalla Lombardia siamo in 14»

«Quando abbiamo avuto bisogno, a Sondalo, sono arrivati tre medici, da fuori, ad aiutarci, per cui mi sembrava corretto ricambiare».

È una determinata Silvia Del Curto, 26 anni, di Sernio, anche se il cognome tradisce anche origini valchiavennasche, per la precisione di Borgonuovo di Piuro, quella che ha detto sì alla “chiamata” di raggiungere l’ospedale Santa Maria della Misericordia, di Perugia, in supporto ai colleghi travolti dalla seconda ondata pandemica.

Spiazzati

«Non hanno risentito, a differenza nostra, della prima - dice Silvia -, mentre ora sono entrati in piena emergenza con tutti gli annessi e connessi del caso. Esattamente come era capitato a noi nella primavera scorsa. Si sono trovati “spiazzati”, nella necessità di attivarsi, velocemente, per contenere l’emergenza, per cui Regione Lombardia ha chiesto anche alla nostra Azienda ospedaliera di destinare una persona a questo scopo».

Così in Terapia intensiva a Sondalo, dove Silvia lavora da tre anni come infermiera, dopo aver trascorso un periodo in analogo ruolo a Gravedona, è cominciato a circolare il tam tam su chi se la sentisse di partire per Perugia e lei, senza battere ciglio e senza pensarci troppo, ha detto sì.

«Sì, perché a parte il fatto che non ho impegni famigliari particolari - dice -, in quanto, al momento, sono single e ho solo il cane cui badare, ero molto attratta dalla possibilità di confrontarmi con altri colleghi e fare un’esperienza, pur sempre Covid, in un’altra realtà. È vero che ormai tutti applichiamo gli stessi protocolli internazionali, nella cura e nella gestione della malattia, però un’esperienza fuori dal proprio contesto può essere sempre interessante. E, in effetti, lo è».

Silvia è partita, armi e bagagli, con la propria auto da Sernio per Perugia il 21 febbraio scorso, in modo da poter essere operativa dal giorno successivo, lunedì 22 febbraio, per tutta la durata del periodo di supporto in terra umbra e, quindi, fino al 7 marzo compreso.

«Siamo partiti in 14, dalla Lombardia, fra medici e infermieri, con destinazione Perugia - dice Silvia -, mentre altri cinque colleghi sono stati assegnati all’ospedale di Spoleto. Ciascuno di noi si è mosso con mezzi propri, in modo da evitare ogni possibilità di contagio, considerato che, lì, in Umbria, è zona rossa, e in modo da poter essere, poi, autonomi negli spostamenti, sul posto. Io, come tutti gli altri, alloggio in un albergo non troppo distante dall’ospedale. Il vitto, l’alloggio, le spese di trasporto sono pagate, per cui da questo punto di vista non ci sono assolutamente problemi. Resta l’impegno in corsia, perché in questo momento è molto forte».

I controlli

Una pressione cui Silvia è abituata, perché l’ha vissuta al centro Covid Morelli nel corso della prima ondata e anche della seconda.

«Ci sono anche qui, ovvio, tre turni di lavoro - dice Silvia -, due da sette ore, dalle 7 alle 14 e dalle 14 alle 21, e, il notturno, da 10 ore, dalle 21 alle 7. A differenza nostra qui gli operatori devono sottoporsi a tampone di controllo due volte alla settimana, mentre noi lo facciamo una volta ogni due settimane. Per il resto sono stati molto bravi a portarsi avanti, considerato che appena scoppiata l’emergenza hanno allestito un ospedale da campo, per cui ora non mancano loro i posti letto, mentre a mancare, come sempre, è il personale qualificato».

Cioè quello abituato ai ritmi e ai gesti della Terapia intensiva. Da qui l’appello a portare aiuto agli ospedali umbri da parte del governatore di quella Regione, Donatella Tesei, subito raccolto da Regione Lombardia.

«Ci sono tanti colleghi della Bergamasca, del Milanese e che hanno operato nell’ospedale della Fiera di Milano - dice Silvia -, mentre dalla provincia di Sondrio sono solo io. Anche perché ciascuna Azienda ospedaliera doveva indicare un nominativo. Sono contenta, comunque, perché penso sia importante, questa esperienza, nel mio percorso professionale».


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