«Il virus ha rallentato
ma continua a camminare»

Stefano Calza, professore ordinario di Statistica medica all’Università di Brescia: «Le restrizioni danno risultati, però guai a mollare le precauzioni»

I numeri. Quello che dicono, e quello che non dicono. «La situazione è seria, ma meno di quanto lo fosse fino a pochissimo tempo fa: stiamo vedendo i primi segni, anche evidenti, che le misure introdotte dalla metà di ottobre hanno un effetto». Stefano Calza, professore ordinario di Statistica medica all’Università di Brescia, guarda le cifre, trovando un segno di ottimismo. Che non vuol certo dire abbassare la guardia: «Guai a mollare le redini: il virus ha solo rallentato, non vuol certo dire che si sia fermato» specifica. Perché l’Rt, l’indice di contagiosità dopo l’introduzione delle misure anticovid, continua a essere «troppo alto».

«I positivi aumentano ancora, ma non così velocemente: lo indica il trend settimanale, quello su cui è opportuno fare valutazioni. Purtroppo, però, c’è da aspettarsi che la curva dei ricoveri e dei decessi continui ancora a crescere», prosegue Calza. Le misure introdotte da metà ottobre che impatto hanno? «Senza queste misure il picco sarebbe arrivato più in là nel tempo, cioè la curva avrebbe continuato a crescere più a lungo e soprattutto raggiungendo picchi più alti», nota il professore. I paragoni con marzo, da un lockdown all’altro, sono però improponibili, perché «la situazione è radicalmente diversa. La crescita a marzo ha avuto una impennata vertiginosa, con tassi di contagio e mortalità altissimi nell’arco di due settimane, peraltro una crescita anche sottostimata per la mancanza di un sistema di tracciamento – ricorda Calza –. Oggi il sistema sanitario è sotto stress, ma non è stato travolto: lo dicono i numeri. Attenzione: dire che la situazione è migliore non vuol dire che sia buona. Nelle prime settimane di ottobre eravamo in una situazione molto seria, e anche oggi l’Rt è ancora troppo alto per dare segni di tranquillità».

Anche oggi, seppur con quote differenti, può peraltro esserci una cifra oscura nei contagi: saltato il sistema di tracciamento, non tutti i positivi «reali» possono venire individuati dal sistema sanitario. «Il sistema di tracciamento funziona nel momento in cui un’epidemia è nella fase di “gestione”: quando i ritmi sono elevati come ora, è difficile. Per questo è importante sopperirvi rispettando le misure di precauzione note, dal distanziamento all’uso della mascherina. Senza, il virus trova una pericolosa benzina per il suo motore». Guardando avanti, «per il ritorno a una condizione di quasi normalità, il trend della primavera ci farebbe dire che servono tre-quattro mesi. C’è una differenza, però: noi abbiamo l’inverno davanti, che ha condizioni climatiche più favorevoli al virus. E poi, soprattutto, il lockdown primaverile è stato molto più severo. L’unica arma per fermare la riproduzione del virus è una quarantena ferrea, tutto il resto è panacea. Chiaramente, però, ci sono degli effetti collaterali e non si può adottare in maniera sistematica e duratura. La speranza è arrivare a dicembre con una situazione non drammatica, e gestire l’ondata fino a primavera».

E la terza ondata? «Finché il virus circola nella popolazione a livelli anche minimi ma non trascurabili, come è accaduto nell’estate passata, è sempre possibile una recrudescenza dell’epidemia e una nuova ondata. Sul presente, molto dipenderà dagli effetti delle misure attuali; si spera che nell’arco di due-tre settimane si intravedano gli indizi dell’appiattimento della curva. Cosa succederà poi dipenderà anche da tutti noi: se succederà quello che è successo in estate, temo una terza ondata».

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