«Il peggio è passato,   ma siamo sempre in guerra»
Patrizia Zucchi, 44 anni, infettivologa di Ponte in Valtellina

«Il peggio è passato,

ma siamo sempre in guerra»

Patrizia Zucchi, infettivologa, dal 10 marzo a Sondalo ha gestito l’emergenza Covid. «Il fatto che il virus sia debole non deve trarre in inganno. Non mi sono ancora abituata alla vita normale»

«Il fatto che il coronavirus sia ora più debole e meno presente non deve trarre in inganno. Perchè molto resta ancora da conoscere sul suo conto. Non sappiamo, ad esempio, quanto sia protettiva e quanto duri l’immunità naturale in coloro che lo hanno contratto. La sfida è, quindi, più che mai aperta, interessante, e vi si stanno cimentando gli scienziati di mezzo mondo. Il vaccino? Lo avremo, certo, speriamo quanto prima, ma ci potrebbero volere più passaggi e più vaccini per arrivare ad un preparato veramente efficace».

Parola di Patrizia Zucchi, 44 anni, di Ponte in Valtellina, infettivologa, in servizio in Medicina Generale a Sondrio dall’aprile 2013, e, in precedenza, attiva nella clinica di ricerca sull’Hiv al Sacco di Milano. Per lei, come per altri colleghi, optare per il trasferimento a Sondalo durante l’emergenza covid è stato del tutto naturale.

«Con i colleghi Marta Benedetti, Roberto Palazzolo, Viviana Sancassani della Medicina generale - dice -, ma anche con i chirurghi Marco Franzini e Marco D’Annunzio, il nefrologo Daniele Cagna e il cardiologo Fabio Anastasio, ed altri professionisti, ancora, abbiamo preso parte, da subito, alle attività di programmazione dell’attività covid in Asst Valtellina e Alto Lario, non appena è apparso chiaro che occorreva attrezzarsi per far fronte ad una possibile emergenza. Che, infatti, c’è stata».

Logica conseguenza del percorso intrapreso, quindi, per lei e per questi medici e professionisti della sanità trasferirsi al Morelli di Sondalo appena stabilito che sarebbe diventato, quell’ospedale, il centro covid per antonomasia della provincia di Sondrio. Il 10 marzo, Patrizia Zucchi era sul posto, e, lì, vi è rimasta fino all’altro ieri, 15 giugno. «Sono scesa lunedì scorso ed ancora mi devo abituare al ritorno alla normalità, credo che ci vorrà del tempo - precisa -. Capisco che i comportamenti sono ancora quelli di quando ero nel pieno dell’emergenza. C’è sempre quello stato d’allerta, quella tensione... Anche per il pranzo, non riesco ancora ad andare in mensa, mangio da sola, all’aperto...».

Anche se il peggio è passato, Patrizia Zucchi è consapevole del fatto che può dirsi, forse, vinta una battaglia, ma non ancora la guerra. «L’emergenza è rientrata, è vero, tant’è che anche noi medici del primo nucleo covid siamo tornati alle nostre normali occupazioni - afferma-, però, la guardia non può essere abbassata, perchè il virus è ancora presente. E, soprattutto, non sappiamo come si comporta. Ci sono studi su studi, a livello mondiale, osservazioni continue in corso, ed è un’attività di ricerca che, sola, potrà darci, progressivamente, delle risposte. Oggi possiamo avanzare ipotesi, lavorare, studiare, mettere a punto protocolli di assistenza e di cura, aggiornati ed avanzati. E guardare avanti con fiducia. Ma nulla più».


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