«Il mio sogno è finito»: Diallo lascia l’Italia e ritorna in Senegal
La partenza del giovane senegalese dalla stazione di Morbegno

«Il mio sogno è finito»: Diallo lascia l’Italia e ritorna in Senegal

Il giovane migrante ripartito da Ardenno. Dopo due anni in Valle riprenderà a fare il pescatore: «Attesa infinita per il visto, non ne potevo più».

Miraggio Italia, il sogno del migrante si arena ad Ardenno, nelle strutture di accoglienza accreditate dalla Prefettura. Dopo quasi due anni di permanenza in Valle in attesa di un visto, il senegalese Diallo Babakar chiede di tornare a casa. Ritorna a fare il pescatore: l’Oim, Organizzazione internazionale per le migrazioni lo sosterrà con un piccolo progetto di cooperazione e un modesto stanziamento con il quale Babakar potrà acquistare una imbarcazione e riprendere la sua attività. Diventa un caso edificante il ritorno in Senegal di Diallo Babakar, migrante e marinaio-pescatore, partito dalla stazione di Morbegno per imbarcarsi dall’aeroporto di Fiuminicino su un aereo in direzione Senegal.

Torna nell’isola di Joal Fadiouth, in un piccolo villaggio di pescatori che si trova all’estremità di “Petite Cote”, la costa a sud di Dakar in Senegal. Lascia la Valtellina e i tormenti di quasi due anni trascorsi senza nessuna prospettiva. «Diallo Babakar era arrivato a Lampedusa il 30 giugno del 2015– spiegano i funzionari Cisl-Anolf, Associazione nazionale oltre le frontiere, una sede a Sondrio – prima aveva risalito l’Africa in direzione dei centri di imbarco verso l’Europa. Il suo viaggio nel continente e il successivo soggiorno in Libia dove aveva lavorato per racimolare i soldi per pagare il passaggio via mare erano durati 14 mesi». Da Lampedusa era arrivato direttamente a Sondrio. Da Sondrio era stato indirizzato ad Ardenno. Durante i quasi due anni di permanenza in Italia una prima richiesta di soggiorno, rifiutata, il ricorso, poi un’altra richiesta non andata a buon fine, quindi la voglia di tornare.

Lo si incontra a Morbegno ad aspettare un treno, con lo sguardo di chi ha provato e sa cosa deve fare. «Quando era partito – spiega il sindacalista di Anolf, Lo Cheikh Mbacke – Babakar era appena sopravvissuto ad un incidente di lavoro. L’imbarcazione su cui lavorava come pescatore aveva fatto naufragio, erano morte 12 persone e lui era sopravvissuto ma non aveva più nulla. Era partito sperando di cambiare la propria vita».

L’Italia non la capisce. «L’unica cosa che ho capito – spiega il giovane senegalese – è che qui il sogno di cambiamento non lo si può realizzare. È solo un’attesa infinita, io non ne potevo più». A Morbegno aspetta il treno che lo porta a Milano, poi a Roma, e da lì lo attende il volo verso casa. Babakar sorride, ha impiegato 14 mesi per arrivare in Libia e imbarcarsi per poi giungere a Sondrio. Da Morbegno sarà di nuovo a casa in poche ore. «Viaggiare così – spiega in un buon francese, aggrappato ad una borsa da viaggio,– è molto più veloce». A Joal Fadiouth, al paese, chiariscono gli amici della Cisl che lo hanno accompagnato alla stazione, «dovrà ricomporre la propria famiglia, dopo due anni di lontananza, ricominciare tutto da capo». Lascia le due lezioni settimanali di lingua italiana, la diaria assegnata ai richiedenti asilo, l’attesa che logora. «Ritorno a pescare, ritorno dalla mia famiglia, il sogno italiano, e di Europa, è finito».


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