Idroelettrico, il Governo  impugna la legge regionale
La diga di Fraele, a Valdidentro

Idroelettrico, il Governo

impugna la legge regionale

L’esecutivo solleva dubbi di legittimità sulla norma lombarda e investe la Corte Costituzionale

Regionalizzazione delle grandi concessioni idroelettriche? Sicuramente tutto fermo, probabilmente tutto da rifare. Nella riunione di ieri il Consiglio dei ministri su proposta del Ministro per gli affari regionali e le autonomie Francesco Boccia, ha deliberato di impugnare di fronte alla Corte Costituzionale la legge della Regione Lombardia sulla “Disciplina delle modalità e delle procedure di assegnazione delle concessioni di grandi derivazioni idroelettriche in Lombardia e determinazione del canone” in attuazione del decreto Semplificazioni fortemente voluto dalla Lega e varato nel 2019 dall’esecutivo giallo verde guidato da Conte.

Una decisione che era nell’aria da settimane, da quando il Pd ha cominciato a (ri)alzare i toni contro quello che ha sempre definito lo spezzettamento regionale della gestione del sistema energetico, e che ieri si è concretizzata con l’impugnativa della legge di attuazione della Lombardia che contesta vari punti del dispositivo.

A giudizio del Governo, la norma lombarda avrebbe violato gli articoli 9 e 117, secondo comma, della Costituzione, che attribuiscono allo Stato la competenza legislativa in materia di ordinamento civile e in materia del paesaggio, e avrebbe violato anche l’articolo 117, terzo comma, della Costituzione con riguardo alla materia relativa a produzione, trasporto e distribuzione nazionale dell’energia, nonché gli articoli 42 e 43 della Costituzione, i quali impongono alla legge di riconoscere un indennizzo ai privati che subiscano limitazioni nella disponibilità di beni di loro proprietà o necessari per lo svolgimento di un’attività di impresa. E si parla dei cosiddetti beni asciutti.

«La decisione del Consiglio dei ministri è ineccepibile - commenta l’onorevole Enrico Borghi, Pd (consigliere speciale del Governo per la montagna, autore della proposta di revisione del decreto Bersani, volta a rimettere in discussione il decreto del 2019) - e conferma che la volontà tetragona della Regione Lombardia di infilarsi nel ginepraio giuridico creato dalla norma pasticciata del decreto Semplificazioni, anziché convenire con noi su un processo condiviso di riforma che evitasse il blocco del sistema, sia stato un errore dettato da pure esigenze di natura propagandistica».

Un’accusa rinviata immediatamente al mittente dall’assessore regionale Massimo Sertori che non si dice sorpreso della mossa del Pd e che rivendica la determinazione di voler proseguire sulla strada già imboccata. «Evidentemente come avevo già detto, il Pd è per i concessionari e non per i territori - dice Sertori -. La legge della Lega, il dl Semplificazioni, ha passato tutte le verifiche di costituzionalità, non è una legge del Burundi. Il Pd e Borghi possono dire che non la condividono nel merito, non che è mal fatta. I concessionari da 20 anni fanno quello che vogliono perché quelli come Borghi sono sempre stati dalla loro parte»


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