I familiari: «Su Mattia  troppe lacune e incongruenze»
I carabinierti dopo un’ispezione al rifugio Barchi nel dicembre 2018

I familiari: «Su Mattia
troppe lacune e incongruenze»

Caso Mingarelli. I familiari del giovane comasco morto ai Barchi nel 2018 si oppongono all’archiviazione. «Non è stato un fatto accidentale. Non può essere caduto da solo nel bosco, le indagini vanno riaperte»

«Non siamo noi a dire che non può essere caduto da solo nel bosco, rimanendo lì per più di due settimane senza essere trovato da chi lo ha cercato anche in quel posto: sono gli atti di indagine, comunque ancora approfondibili, a parlare».

Parola di Luca Mingarelli, della moglie Monica Cavicchioli, delle figlie Elisa e Chiara, che ieri per il tramite dell’avvocato Stefania Amato del foro di Brescia (ora affiancata anche da Paolo Camporini, del foro di Como, hanno steso una nota indirizzata ai media, in cui palesano il loro profondo, radicato convincimento, rispetto alla fine in cui è incorso il figlio e fratello, Mattia Mingarelli. E, parimenti, rispetto alle risultanze di indagine della Procura della Repubblica di Sondrio, la quale a fine luglio ha rinnovato la richiesta di archiviazione già presentata, un anno prima, dall’allora procuratore Claudio Gittardi.

Archiviazione cui i famigliari di Mattia hanno proposto opposizione duplice, cioè forte di due fascicoli distinti, uno sottoscritto dal solo padre di Mattia, in quanto richiama aspetti che nel primo atto di opposizione non erano stati evidenziati anche se, come aveva precisato l’avvocato Amato «entrambi gli atti vanno nella medesima direzione che è quella di chiedere la riapertura delle indagini».

Punto sul quale i famigliari di Mattia non transigono, sicuri del fatto che «bisogna indagare ancora - dicono - non rinunciando a supporti tecnici, ormai, indispensabili».

Non credono, i genitori e i fratelli alla tesi della caduta accidentale, di notte, nel bosco, del trentenne di Albavilla, nel Comasco, giunto ai Barchi per trascorrere il fine settimana dell’Immacolata 2018 nella baita che la famiglia, aveva in affitto da anni. Un boschetto poco sotto il nucleo dei Barchi, appartato, al di la della pista da sci rispetto alla carrozzabile che dal Sasso Nero, conduce ai Barchi, e che non costituisce un passaggio verso valle. Non è neppure percorso da un vero e proprio sentiero, salvo una traccia che d’estate è un percorso di mountain bike.

«Abbiamo preso atto delle conclusioni cui per la seconda volta è pervenuto il procuratore della Repubblica di Sondrio - dicono i famigliari di Mattia - ovvero l’archiviazione per essersi trattato di un fatto accidentale. Non essendo, tuttavia, condivisibili tali conclusioni, abbiamo affidato le opportune considerazioni tecniche all’opposizione proposta dai nostri difensori. Vogliamo ribadire che troppe sono le lacune e le incongruenze che non hanno trovato una spiegazione accettabile. Lo scorso gennaio - proseguono - il Gip aveva chiesto di condurre nuove indagini per raggiungere una “più coerente, univoca, convincente, soluzione del caso”, ma la strada indicata dal Gip è stata percorsa solo parzialmente, rinunciando, allo stato, ad approfondimenti di indagine indispensabili e, secondo noi, ancora esperibili».


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