«Ho difeso i ragazzi assolti per l’aggressione sul bus Minacciata via facebook»
Amanda Cooney, irlandese adottata da Como, dove fa la volontaria alla mensa della Caritas

«Ho difeso i ragazzi assolti
per l’aggressione sul bus
Minacciata via facebook»

Amanda, l’irlandese con Como nel cuore: «Conoscevo Yusupha e sapevo che era uno pacifico Al processo ho detto: devo far sapere che è innocente»

Minacciata, insultata e attaccata sui social per aver difeso uno dei due giovani accusati ingiustamente - ha sentenziato la corte d’Appello di Milano - di aver aggredito gli autisti del bus, nel giugno scorso.

Nel silenzio più o meno generale che ha avvolto le contraddizioni dell’accusa a carico di Yusupha Ceesay e Salifu Camara, arrestati il 5 giugno assieme a due nigeriani (loro sì responsabili dell’aggressione, e per questo condannati anche a Milano), una delle poche voci che si è fatta sentire per difendere il giovane arrestato perché indossava la maglietta sbagliata nel giorno sbagliato, è stata quella di una donna irlandese, comasca di adozione: Amanda Cooney. Che, per quella battaglia social «per i diritti di una persona, non certo per politica» è stata letteralmente aggredita dagli odiatori della Rete.

«Ho conosciuto Yusupha perché lavoravamo assieme nella mensa della Caritas di via Lambertenghi - racconta Amanda, in un italiano perfetto e con l’inconfondibile accento anglosassone - Lavoravamo assieme, ritiravamo i vassoi assieme, ascoltavamo la musica assieme. Istintivamente mi era molto simpatico, anche perché è sempre stato bravissimo a calmare gli animi ogni volta che si creavano litigi o momenti di tensione». Un ragazzo pacifico, impegnato, che aveva voglia di darsi da fare.

«Quando ho letto che era accusato dell’aggressione agli autisti non ci potevo credere. E all’inizio sono rimasta disgustata dal suo comportamento. Mi sono detta: ma com’è possibile? Ho preso molto le distanze e l’ho condannato subito, come hanno fatto tutti». Ma poi Amanda fa qualcosa che tutti gli altri accusatori di Yusupha non fanno: «Ho deciso di seguire il processo. E lì ho capito che diritti suoi e di Salifu non sono stati rispettati. Ho cercato di usare i social come uno strumento per combattere contro un’ingiustizia»

Quasi in solitudine - con alcune eccezioni - Amanda inizia a battersi per riabilitare Yusupha. Realizza un blog in inglese (justiceforyusupha.wordpress.com) dove ricostruisce passo dopo passo l’intero processo.

Ma l’impegno di Amanda ha finito per scatenare i tanti Napalm51 (il rabbioso seminatore di odio via social inventato da Crozza) che vivono sul web: «Sì, è vero. A un certo punto su facebook hanno iniziato a girare molti commenti contro di me». Insulti. Minacce. Infamie. «Ho un difetto che noi inglesi chiamiamo: “I wear my heart on my sleeve (si potrebbe tradurre con un: sono un libro aperto ndr). Sono molto sensibile al bene e al male. Non fossi stata sensibile a quello che stava succedendo a Yusupha non avrei portato avanti questa battaglia. Dall’altra parte sono molto sensibile anche agli insulti. Io non leggo tutto quello che dicono e scrivono contro di me, ma qualcosa ho letto».

E certe parole le hanno anche messo paura: «Sì, un po’ di paura di qualche testa calda l’ho avuta a un certo punto. Non sai mai cosa possa succedere. La gente ti conosce, cammini per la strada e chissà... una volta la madre di un compagno di scuola di mio figlio mi ha fermata e mi ha detto: “smettila di mettere quelle cose su facebook che ti stai creando dei nemici”. All’inzio ero “ upset”, offesa con lei. Ora la devo ringraziare perché è stata onesta». Eppure Amanda non ha cambiato di una virgola la propria battaglia


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