Giovani dipendenti dai videogiochi: una vera emergenza
Per i ragazzi giochi e applicazioni possono essere l’anticamera della dipendenza

Giovani dipendenti dai videogiochi: una vera emergenza

Il dirigente Gian Luigi Quagelli parla del conseguente abbandono scolastico degli adolescenti: «Fenomeno che va affrontato assieme alle famiglie».

Un numero esatto di quanti ragazzi in provincia abbandonino la scuola per la dipendenza da videogiochi il dirigente dell’Istituto comprensivo di Ponte in Valtellina, Gian Luigi Quagelli, dice di non averlo. Si tratta, per fortuna, di numeri ancora risicati e che riguardano, per lo più, gli studenti delle scuole superiori. Ma il problema non va sottovalutato, va affrontato e soprattutto occorre parlarne a fronte di un certo pudore - comprensibile - con cui si guarda alla tematica, in particolare, da parte delle famiglie.

«Possiamo dire che, in generale, siamo di fronte a un problema culturale - dichiara Gian Luigi Quagelli -. I ragazzi usano molto gli strumenti tecnologici e mi riferisco in questo caso alla rete e ai social network e non hanno consapevolezza della portata né dei limiti. Non sono consapevoli della dimensione pubblica e pensano di essere in campi riservati. Questo genera spesso malintesi o frizioni con compagni o ragazzi». Per quanto riguarda, nello specifico, i giochi elettronici, che spesso “schiavizzano” i ragazzi tenendoli incollati a cellulari e computer, «le personalità possono diventare dipendenti senza che nessuno se ne accorga - spiega -. All’inizio si potrebbe intervenire con una certa facilità, ma è altrettanto vero che riconoscere ai ragazzi di poter giocare è anche giusto. Il fatto è che, senza che loro se ne rendano conto, si entra in una spirale da cui difficilmente si esce, perché c’è una sorta di continuo richiamo verso il gioco che diventa il loro mondo e via via questo loro mondo si allarga, mentre il mondo della realtà quotidiana si restringe ed occupa meno spazio. Un mondo, quello reale, che a questi ragazzi non dà la sensazione di essere altrettanto soddisfacente. Nella realtà virtuale il talento del giocatore viene riconosciuto, nella vita non sempre è così. E poi c’è una progressione legata al piacere del gioco: scoprirsi bravo in un’attività moltiplica la capacità di richiamo di queste situazioni».

Quagelli - seppure ricordi un convegno organizzato qualche tempo fa sul tema e che aveva avuto una fitta partecipazione - è dell’idea che il fenomeno sia poco conosciuto in Valtellina. «Se ne parla poco, perché non viene riconosciuto e se ne parla con eccesso di pudore, invece la questione va posta - sostiene -. Credo che questi ragazzi non vadano lasciati soli innanzitutto. La scuola ha degli strumenti per intervenire, sul piano della normativa ad esempio con un percorso scolastico facilitato per risolvere il problema. La questione di base è, però, relazionale. La famiglia si trova a vivere una situazione che non aveva preventivato e che non appartiene alla propria storia. Per aiutare i propri figli, i genitori devono riconoscere di aver bisogno di aiuto. Ci sono servizi a cui rivolgersi. Come i ragazzi non vanno lasciati soli, anche la famiglia deve essere accompagnata. Bisogna portare i giovani dipendenti alla consapevolezza di una vita che stanno oscurando. È un percorso non facile, ma è necessario intraprenderlo».


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