Ghiacci allo Stelvio sempre più scuri  L’ultimo allarme
Un’immagine di qualche anno fa del ghiacciaio dei Forni (Foto by mauro lanfranchi)

Ghiacci allo Stelvio sempre più scuri

L’ultimo allarme

La scoperta è stata fatta da un gruppo di giovani ricercatori dell’Università Statale di Milano. Cambiamento dovuto all’accumulo di detriti e smog.

Sempre più neri e dunque più vulnerabili alle radiazioni solari. Che i nostri ghiacciai non godessero di buona salute è cosa purtroppo nota da tempo - lo ripete da anni Claudio Smiraglia e alla fine dello scorso anno le immagini di raffronto tra il 2008 e il 2018 di alcuni di essi lo avevano reso evidente anche ai non addetti ai lavori -, ma la scoperta fatta da un gruppo di giovani ricercatori dell’Università Statale di Milano e pubblicata sul Global and Planetary Change (“New evidence of glacier darkening in the Ortles-Cevedale group from Landsat observations”) desta nuovo clamore.

La ricerca, realizzata dal dipartimento di Scienze e Politiche ambientali dell’ateneo milanese che per la prima volta ha analizzato 40 anni di dati dei satelliti Landsat, mostra l’annerimento dei ghiacciai del gruppo Ortles-Cevedale, nel Parco Nazionale dello Stelvio, dagli anni ‘80 fino ad oggi. Un fenomeno quello dell’inscurimento che diminuisce sensibilmente la capacità del ghiaccio di riflettere la radiazione solare, la cosiddetta albedo. Per capirci, una superficie chiara, come la neve fresca, ha un valore di albedo particolarmente elevato e dunque riflette la maggior parte delle radiazioni solari incidenti; una superficie scura, come una roccia, ha un valore molto più basso così che solo una minima parte della radiazione solare viene riflessa con importanti ricadute sullo stato di salute del ghiacciaio,

«L’abbassamento dell’albedo - spiegano dal servizio glaciologico lombardo - è molto più importante sui ritmi di fusione rispetto alle caratteristiche meccaniche della neve che non hanno effetti misurabili sui bilanci di massa glaciali se non per il parametro di densità. Una deposizione di polveri in primavera anticipa la scomparsa del manto nevoso anche di un mese».

A coordinare la ricerca è stato Davide Fugazza che ha osservato i dati attraverso un algoritmo che, a partire dalle immagini satellitari, permette di ottenere un valore di albedo tramite specifiche correzioni per gli effetti dell’atmosfera e della topografia.

Analizzando l’archivio delle immagini Landsat, i ricercatori hanno scoperto che per la maggior parte dei ghiacciai studiati si è verificato un sensibile decremento dell’albedo. Tra le principali cause dell’annerimento dei ghiacci c’è l’aumento della copertura detritica, proveniente dalle pareti rocciose circostanti il ghiacciaio, che si riversa su di esso a seguito dell’aumento delle temperature, che provoca maggiore instabilità dei versanti. L’aumento delle temperature causa anche la fusione precoce della neve caduta in inverno e una maggiore esposizione del ghiaccio durante l’estate.

Un importante contributo all’annerimento viene però anche dalle polveri trasportate attraverso l’atmosfera, siano esse di origine naturale (principalmente deserti) o antropica (particolato fine proveniente dalla combustione dei motori diesel e dalle attività industriali della pianura padana e dagli incendi boschivi) oltre che dall’azione dei microrganismi come alghe e batteri.

«Si tratta del primo studio in cui l’entità dell’annerimento viene valutata su ghiacciai dell’arco alpino in un periodo di tempo così ampio– commenta Fugazza -. Conoscere l’intensità di questo fenomeno permette di stimare la fusione del ghiaccio in maniera più accurata, valutare gli effetti dell’annerimento sul regresso dei ghiacciai e sviluppare modelli previsionali per ottenere indicazioni sulla sensibilità dei ghiacciai ai cambiamenti climatici». Per convalidare i dati raccolti tramite satellite sono stati utilizzate anche le osservazioni dalla stazione meteorologica permanente dell’Università Statale, installata nel 2005 sul ghiacciaio dei Forni e da allora ininterrottamente funzionante.

Tornare indietro da questa situazione è impossibile, ma tamponare i danni si può. Come? Innanzitutto, secondo gli esperti, facendo crescere la consapevolezza sulle cause e sulle conseguenze richiamando alla necessità di scelte consapevoli e coerenti sia a livello di policy, sia di sistema imprenditoriale, sia di singoli.

Le aree alpine sono molto sensibili agli effetti del cambiamento: le temperature sono aumentate di quasi 2°C negli ultimi 120 anni, quasi il doppio della media globale e sono destinate a crescere ancora di più (previsti +2°C nei prossimi 40 anni).


© RIPRODUZIONE RISERVATA