Fusione obbligatoria dei piccoli Comuni   «Scelta che deve partire dal territorio» Fusione obbligatoria dei piccoli Comuni   «Scelta che deve partire dal territorio»

Fusione obbligatoria dei piccoli Comuni

«Scelta che deve partire dal territorio»

Fusione obbligatoria dei piccoli Comuni

«Scelta che deve partire dal territorio»

L’ipotesiLa proposta di legge alla Camera interessa tutte le realtà sotto i 5.000 abitanti

In provincia sei municipi “salvi” - Della Bitta contesta il metodo, «ma l’unione è necessaria»

«Trovare un efficace meccanismo per ridurre l’elevata frammentarietà dei Comuni italiani e favorire il raggiungimento di dimensioni più adeguate per consentire un netto miglioramento della qualità e dell’efficacia dei servizi offerti ai cittadini».

Sono queste le motivazioni con le quali venti deputati - primo firmatario l’esponente del Pd Emanuele Lodolini - hanno depositato alla Camera la proposta di legge per rendere obbligatoria, nei prossimi due anni, la fusione dei municipi con popolazione sotto i cinquemila abitanti e che non abbiano già avviato il procedimento di propria iniziativa.

I numeri

Una proposta che, complessivamente, in Italia taglierebbe 5.600 municipi circa sugli 8.57 totali e che in provincia di Sondrio “salverebbe” soltanto sei dei 77 Comuni, ovvero Sondrio, Morbegno, Tirano, Chiavenna, Cosio Valtellino e Livigno. Per tutti gli altri scatterebbe la fusione, compresi Talamona, Teglio e Grosio i cui abitanti vanno dalle 4.500 alle 4.700 unità.

La scelta di porre l’asticella a quota cinquemila dipende dal fatto «che -si legge nella proposta di legge - è statisticamente provato che la fascia dei Comuni tra i 5.000 e i 10mila abitanti è quella che consente una dimensione ottimale perché da un lato consente il mantenimento di una dimensione a misura d’uomo e, dall’altro, consente all’ente di offrire buoni servizi, realizzando economie di scala che consentono l’ottimizzazione delle risorse».

La discussione

Una proposta che sta facendo discutere ovunque, anche in Valtellina e Valchiavenna - a postare il testo sulla sua pagina facebook è stato per primo il presidente della Provincia Luca Della Bitta - dove qualche tentativo di fusione, fallito, c’è stato.

Poco più di due anni fa si celebrarono i referendum - tutti bocciati - per l’unione di Grosotto, Mazzo di Valtellina, Tovo di Sant’Agata, Vervio e Lovero nel Tiranese e Chiavenna, Mese, Gordona, Menarola e Prata Camportaccio in Valchiavenna. Nel frattempo di fusione stanno parlando i Comuni della Valmalenco e una, l’unica, tra Menarola e Gordona, è andata in porto. Troppo poco per quanto stabilisce la proposta di legge, ma anche per le necessità di un territorio che in quanto a frammentarietà delle istituzioni non è secondo a nessuno con settantasette Comuni per lo più di piccolissime dimensioni, cinque Comunità montane, un Bim e diversi consorzi.

La posizione

Da tempo, dal primo paventato atto di abolizione della Provincia fino alla Delrio e alla riforma costituzionale, in Valle si parla del necessario riordino istituzionale. Parole mai concretizzate.

Adesso questa proposta riaccende l’attenzione sul tema. «È urgente riflettere e, soprattutto, arrivare in tempi brevi a stabilire un percorso che vada in questa direzione - dice Della Bitta -. Non condivido il metodo della proposta di legge che impone dall’alto quello che invece dovrebbe arrivare dal territorio, ma che sia necessario rivedere l’organizzazione istituzionale locale è un dato di fatto».

«Trovare un efficace meccanismo per ridurre l’elevata frammentarietà dei Comuni italiani e favorire il raggiungimento di dimensioni più adeguate per consentire un netto miglioramento della qualità e dell’efficacia dei servizi offerti ai cittadini».

Sono queste le motivazioni con le quali venti deputati - primo firmatario l’esponente del Pd Emanuele Lodolini - hanno depositato alla Camera la proposta di legge per rendere obbligatoria la fusione dei municipi con popolazione sotto i 5mila abitanti e che non abbiano avviato il procedimento di propria iniziativa.

Numeri e tentativi

Una proposta che, complessivamente, in Italia taglierebbe 5.600 municipi circa sugli 8.57 totali e che in provincia di Sondrio “salverebbe” soltanto sei dei 77 Comuni, ovvero Sondrio, Morbegno, Tirano, Chiavenna, Cosio Valtellino e Livigno. Per tutti gli altri scatterebbe la fusione, compresi Talamona, Teglio e Grosio i cui abitanti vanno dalle 4.500 alle 4.700 unità.

La scelta di porre l’asticella a quota cinquemila dipende dal fatto «che -si legge nella proposta di legge - è statisticamente provato che la fascia dei Comuni tra i 5.000 e i 10mila abitanti è quella che consente una dimensione ottimale perché da un lato consente il mantenimento di una dimensione a misura d’uomo e, dall’altro, consente all’ente di offrire buoni servizi, realizzando economie di scala che consentono l’ottimizzazione delle risorse».

La discussione

Una proposta che sta facendo discutere ovunque, anche in Valtellina e Valchiavenna - a postare il testo sulla sua pagina facebook è stato per primo il presidente della Provincia Luca Della Bitta - dove qualche tentativo di fusione, fallito, c’è stato.

Poco più di due anni fa si celebrarono i referendum - tutti bocciati - per l’unione di Grosotto, Mazzo, Tovo Sant’Agata, Vervio e Lovero nel Tiranese e Chiavenna, Mese, Gordona, Menarola e Prata Camportaccio in Valchiavenna. Nel frattempo di fusione stanno parlando i Comuni della Valmalenco e una, l’unica, tra Menarola e Gordona, è andata in porto. Troppo poco per quanto stabilisce la proposta di legge, ma anche per le necessità di un territorio che in quanto a frammentarietà non è secondo a nessuno con settantasette Comuni per lo più di piccolissime dimensioni, cinque Comunità montane, un Bim e diversi consorzi.

Da tempo, dal primo paventato atto di abolizione della Provincia fino alla Delrio e alla riforma costituzionale, in Valle si parla del necessario riordino istituzionale. Parole mai concretizzate. Adesso questa proposta riaccende l’attenzione sul tema. «È urgente riflettere e, soprattutto, arrivare in tempi brevi a stabilire un percorso che vada in questa direzione - dice Della Bitta -. Non condivido il metodo della proposta che impone dall’alto quello che invece dovrebbe arri vare dal territorio, ma che sia necessario rivedere l’organizzazione istituzionale è un dato di fatto».

Il ragionamento di Della Bitta, che è anche primo cittadino di Chiavenna, è semplice e ha a che vedere con i tagli subiti dalle municipalità negli ultimi anni. «I sindaci hanno fatto miracoli - dice Della Bitta -, soprattutto i più piccoli tra impossibilità di investire, tagli del personale e, contestualmente, aumento delle competenze. La situazione così non può andare avanti». Il presidente della Provincia che indica nella garanzia dei servizi ai cittadini il punto fermo a cui guardare è convinto che un percorso di fusione serio, fatto bene, porterebbe solo vantaggi agli abitanti. «Fusione non significa perdere identità, ma anzi rafforzarla nelle differenze, garantendo i presidi di prossimità - sostiene Della Bitta -. Significa non soltanto erogare servizi di qualità, ma soprattutto procedere con una programmazione unitaria con vantaggi per tutti».


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