Frane e valanghe. la montagna è sempre più fragile
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Frane e valanghe. la montagna è sempre più fragile

Mostre e pubblicazioni dedicate al tema. Il presidente Cai: «In quota oggi è molto pericoloso. Chi fa turismo ne prenda atto e diversifichi le proposte».

Una montagna di problemi, con le Alpi e gli appassionati che le frequentano, che si trovano sempre più spesso a dovere fare i conti con le incognite determinate in quota dai cambiamenti climatici. Piove meno, la montagna inaridita frana di più, la neve non sempre arriva con regolarità ad imbiancare le cime e le piste, ne soffrono le economie delle terre alte, la stagionalità delle imprese ricettive e turistiche. Su questi argomenti sta prendendo posizione in modo molto deciso il Cai.

Il Club alpino italiano sia a livello nazionale, sia a livello valtellinese sta fornendo spunti di riflessione sul tema. Ha aperto venerdì a Chiesa in Valmalenco la mostra “Il cambiamento climatico, Quali scenari per la Valtellina»”, realizzazione del Fai di Sondrio in collaborazione con Cai sezione Valtellinese, Fondazione Bombardieri, Sev, Fondazione Fojanini, Sondrio Festival. E sempre il Cai ha realizzato un numero speciale del suo periodico nazionale,“Montagne 360°”, dedicato al «Clima che cambia».

Club Alpino “sul pezzo”, insomma, su questi mutamenti, e anche il presidente della sezione Cai Sondrio Flaminio Benetti interviene con riflessioni e propone spunti. «Cambiamenti climatici problema di grande rilievo e al centro delle valutazioni del nostro settore – ha affermato – la montagna assiste ad una vera e propria trasformazione del suo ambiente. È un’esperienza che viviamo ormai in modo diretto, frequentando i versanti, con mutazioni in corso e che si colgono ad occhio. Pensiamo – precisa anche – alla miriade di piccoli franamenti che si susseguono nelle nostre zone. Io per primo – aggiunge – ho visto e contato più piccoli smottamenti nell’arco di questa estate che in 30 anni di frequentazione della montagna».

Cambia il clima e cambia la montagna, «Una montagna che frana ovunque è una montagna più pericolosa, questo va sottolineato innanzitutto. Il clima cambia le condizioni e gli assetti e non ci si muove più in un ambiente con caratteristiche note. La montagna di oggi – sottolinea Benetti – non è quella che generazioni di alpinisti e di montanari ci hanno insegnato a rispettare e conoscere, è molto più pericolosa. Il generale dissesto comporta rischi più diffusi, è una montagna che sta diventando fragile. E c’è – aggiunge – un cambiamento che deve intervenire e essere suggerito rispetto alla offerta turistica».

Il presidente del Cai invita a non restare ancorati ad un turismo troppo legato allo sci. «Non si può puntare tutto lì – afferma – c’è chi lo capisce, chi se ne sta avvedendo, altri non capiscono. Di certo – avverte il dirigente – il cambiamento del clima porta come conseguenze dirette, il fatto che qui, nelle nostre valli, non hai più la garanzia di avere la neve con continuità. O magari nevica tanto a maggio, alle porte dell’estate e a stagione ormai trascorsa».

Anche l’innevamento artificiale, spiega, non è la risposta ottimale per assicurare la fruibilità delle piste. «Gli agenti chimici della neve artificiale rovinano i primi strati dei pendii. Le alternative per attirare turisti anche con condizioni climatiche meno prevedibili in realtà – afferma il portavoce degli alpinisti ed escursionisti – ci sono, e forse sarebbe tempo di orientarsi in modo più convinto verso una diversificazione delle proposte».

Il Cai invita anche ad osservare come il clima mutato di questi anni stia trasformando il paesaggio. «I ghiacciai si ritirano e spariscono, la vegetazione endemica si sposta e risale la montagna. Trovi boschi di larici intorno ai laghi artificiali in quota, sopra i 2000 metri. C’è da domandarsi, quale potrà essere in futuro il turismo di montagna, se le cose continueranno ad andare così».

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