«Fatti tanti errori  Ora vaccino a chi lavora  e potremo uscirne»
Guido Bertolaso, 71 anni, consulente della Regione Lombardia per i vaccini

«Fatti tanti errori

Ora vaccino a chi lavora

e potremo uscirne»

Parla Guido Bertolaso, consulente della regione per la campagna di vaccinazione.

Settantuno anni a marzo e quindi in pensione da un po’, medico, già sottosegretario, capo della Protezione civile e commissario straordinario per diverse emergenze nazionali. Guido Bertolaso è ora in pista nella campagna vaccinale in Lombardia.

Quanti anni ha passato alla Protezione civile?

«Dieci, l’approdo di un viaggio lungo e faticoso. A 30 anni ero in Cambogia a costruire ospedali al tempo dei Khmer rossi, da lì non mi sono più fermato. E mi sono sempre divertito perché sono lavori appaganti, a contatto con la gente e i loro problemi»

E riesce a divertirsi anche adesso?

«No, proprio per niente, il Paese è decisamente cambiato».

Come?

«Stanco anche lui, come me. C’è un grande disorientamento, sembriamo incapaci di fare squadra. Non c’è più quel senso d’appartenenza che ci ha sempre aiutati nei momenti difficili: ora è tutto sfilacciato, la gente è sola, preoccupata, non si sente tutelata, non ha le risposte che cerca e lo Stato è molto più lento».

Ma è un problema italiano?

«Mondiale. Solo che in Italia tutto è molto più accentuato da una sostanziale e storica assenza del senso dello Stato. Da noi si tira fuori la bandiera solo quando gioca la Nazionale, in altri Paesi la situazione è ben differente e in situazioni come queste aiuta. Stiamo perdendo tanto ed è gravissimo, più del Covid: perché quello prima o poi lo sconfiggi, i valori non li recuperi più».

Tecnicamente lei ora è...?

«Guido Bertolaso consulente della Regione sulla campagna vaccinale. E basta. Poi, certo, ho una mia autorevolezza ma mica i poteri di una decina d’anni fa».

Ed è molto più faticoso, immagino.

«Oh, ha voglia. È da quando sono qui che sto diventando pazzo nello spiegare che nell’emergenza il fattore-tempo è decisivo. Non voglio fare il processo a nessuno, purtroppo la prima ondata è stata talmente violenta, improvvisa e sconosciuta che è difficile dare colpe, ma la seconda? È lì che sono molto più critico. Chi ha fatto sanità e studiato le epidemie sa come vanno le cose: la Spagnola ha fatto molte più vittime nel secondo anno che nel primo, e allora che ci aspettavamo?».

D’accordo. Ma ci abbiamo messo qualcosina anche noi. Se fuori dallo stadio ci sono 3.000 tifosi, se il sabato e la domenica bisogna chiudere le strade per la troppa gente in giro qualcosa non va, non trova?

«Sicuramente ci sono comportamenti che vanno rivisti, ma si poteva fare molto di più lo scorso maggio».

Del tipo?

«Il liberi tutti dopo il lockdown è stato eccessivo».

Colpa anche nostra, però.

«No, non si può dare messaggi da “liberi tutti” dopo un mese di lockdown e pensare che la gente non esca da casa. Bisognava riaprire in modo graduale, lì il governo ha sbagliato: l’ho detto e lo ripeto. Il virus c’era ancora e sarebbe ripartito a settembre e ottobre come puntualmente poi successo. Quando chiudi il rubinetto, come durante il lockdown dove gli italiani sono stati bravissimi, poi lo riapri gradualmente. E soprattutto non prendi decisioni guardando i sondaggi».

Ora che dobbiamo aspettarci?

«Che la situazione si aggravi ancora per le diverse varianti, perché per esempio con quella inglese la distanza di sicurezza aumenta a dismisura. Sarà tosta, ma spero non drammatica come l’anno scorso. Guardate la situazione di Brescia...».

Insomma, dobbiamo e possiamo solo sperare nei vaccini.

«Che però sono pochi. E allora, fermo restando che medici, infermieri e Rsa devono essere vaccinati, ci sta anche che si facciano gli over 80. Ma poi non si può continuare a scendere seguendo la fascia anagrafica. Lo so, mi spareranno addosso, ma questa cosa va detta...».

Lei come procederebbe?

«Con la premessa che il Paese deve ripartire. Quindi sotto con chi lavora, chi sta in fabbrica, chi si muove, chi non ha potuto lavorare in questi mesi come bar e ristoranti».

E il mondo della scuola?

«Abbiamo iniziato con gli insegnanti di Bollate, la prossima settimana amplieremo il fronte. Il problema sono solo i vaccini, non è una coperta corta, ma un fazzoletto».

Nella fascia tra Bergamo e Brescia avete appena cambiato strategia vaccinale.

«Perché in guerra bisogna fare conto sulle armi che si ha: se ho solo 5 cannoni devo sparare bene e non nel mucchio. Perché il virus si muove così, senza regole, cambia. Non si può pensare di batterlo facendo sempre le stesse cose, usando la medesima strategia. Abbiamo già 4 varianti, una peggiore dell’altra e, credetemi, l’inglese è la meno peggio».

Quindi prima le categorie produttive?

«Soprattutto chi è maggiormente a contatto con la gente, perché il virus vive e si diffonde attraverso le persone. Senza penalizzare le categorie più a rischio, ma oggi quello che sto facendo è ridurre il danno, non abbattere il contagio: dobbiamo ridurre l’ospedalizzazione e i ricoveri».

La dose unica proposta da Draghi?

«Veramente l’avevo detto io la scorsa settimana: prima dose a tutti e eventualmente rinvio di 6 mesi per chi ha già contratto il Covid. Con la prima dose si arriva nelle prime settimane anche al 70-80% di copertura: poi si scende, ma ora come ora dobbiamo fermare l’incidenza».

E con questi presupposti lei conferma la scadenza di fine giugno per vaccinare tutti i lombardi?

«Ora la situazione sta andando per le lunghissime, ma nel giro di poco può cambiare tutto».

Ha ancora fiducia nell’arrivo in massa di vaccini tra aprile e maggio?

«Sì, ho molta fiducia in Draghi: se batte i pugni sul tavolo qualcosa in Europa succede. E poi ci sono il vaccino di Johnson&Johnson e quello russo in attesa del placet dell’Ema: il primo è pure monodose».

Ecco, per molti sarà la svolta.

«Lo penso anch’io. E mi dicono che ad aprile dovremmo averne qualche milione di dosi. Lo Sputnik lo stanno usando anche a San Marino e non mi risulta sia morto nessuno: oh, siamo in guerra e non possiamo andare troppo per il sottile. Se poi l’immunizzazione dura 3 mesi invece di 6 nel frattempo si ferma comunque la diffusione del virus».

Non c’è forse stato troppo ottimismo sull’arrivo immediato dei vaccini?

«Sicuramente. Anche perché nel caso di Pfizer sia Trump che Biden sono sempre stati chiari: “American first”. Diciamo che l’Europa è stata abbastanza ingenua, questa è la verità».

Quindi lei ribadisce l’obiettivo di fine giugno?

«Se ad aprile avremo i vaccini noi siamo in grado di vaccinare 100 mila lombardi al giorno. Dieci minuti ad inoculazione a persona».

Però mancano ancora medici e infermieri volontari.

«Sono ottimista, il loro numero è in aumento e la risposta sarà all’altezza della situazione. E lo dico dopo avere avuto discussioni anche pesanti sia con i medici di famiglia che con gli specializzandi. Io capisco tutti, ma questa è un’emergenza e va combattuta come tale. E in campo c’è anche la sanità privata, il loro contributo sarà fondamentale».

Che messaggio vuole dare ai lombardi?

«Che ce la facciamo».

Sicuro?

«Sì. E anche presto. Se arrivano, come penso, i vaccini per l’estate saremo più tranquilli».

E dopo che sarà di questo virus?

«Sarà come un’influenza, ci sarà sempre, ogni anno muterà un po’ e i vaccini dovranno adattarsi. Ma non avrà più questa virulenza. Il vero problema semmai è trovare un vaccino per gli under 18. Lì la situazione può diventare molto seria».


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