Dai Forni al Bernina. Le immagini choc  dei ghiacciai ritirati
Le immagini pubblicate su Facebook dal servizio glaciologico lombardo

Dai Forni al Bernina. Le immagini choc

dei ghiacciai ritirati

Le foto del Servizio glaciologico lombardo stanno facendo il giro in Rete provocando forte scalpore. «Bisogna far crescere la consapevolezza sulle cause».

Gli studiosi lo ripetono da anni, il glaciologo Claudio Smiraglia non più tardi di due anni fa annunciava: «Il ghiacciaio dei Forni non esiste più». E come i Forni, a ben guardare, il Fellaria, il pizzo Ferré in Vallespluga e il ghiacciaio di Campo Nord - Paradisin - a Livigno. Per non citare il Ventina in Valmalenco e tanti altri. Ma più delle parole valgono in questi giorni le immagini che il Servizio glaciologico lombardo ha pubblicato sulla sua pagina Facebook e che in molti hanno rilanciato.

Le foto mostrano il raffronto, impietoso, tra il 2008 e il 2018. Un mutamento di dieci anni che ha destato particolare clamore.

Sono quattro, rappresentativi dell’arco alpino valtellinese e valchiavennasco, i ghiacciai presi in esame nella loro conformazione di ieri e di oggi. Si parte proprio dal più “famoso”, i Forni che, fino a qualche anno fa, era considerato il più grande ghiacciaio vallivo composto a livello nazionale. «La sua fronte principale (quella centrale) - ricordano dal Servizio glaciologico lombardo - negli ultimi dieci anni, ha perso 234.5 metri di lunghezza che significa un arretramento di 23,5 metri all’anno». «Quel ghiacciaio unitario, formato da una bella lingua verso il Branca e da due bacini laterali che confluivano, per un totale di oltre 10 kmq - aveva già detto Smiraglia nell’estate del 2017 -, non esiste più, ma si è spaccato in tre ghiacciai più piccoli, uno vallivo e due montani, con un collasso continuo del suo settore inferiore. Una situazione che ritenevo impensabile vent’anni fa».

Il secondo esempio preso in considerazione è quello del ghiacciaio del Pizzo Ferrè - gruppo Spluga-Lej, «la sua fronte principale dal 2008 al 2018 ha perso 76,5 metri di lunghezza (meno 7,6 metri all’anno)».

Si passa poi al ghiacciaio di Campo Nord - Paradisin - settore Livigno, «la sua fronte principale dal 2008 al 2018 ha perso 109,5 m di lunghezza (undici metri all’anno) mentre la perdita di spessore a 2.970 metri di quota, al centro del ghiacciaio, è stata di 21metri complessivi, pari ad un palazzo di circa 6 piani».

Infine c’è il ghiacciaio di Fellaria del gruppo Bernina in Alta Valmalenco. «La fronte orientale nel suo ritiro - spiegano dal servizio glaciologico - ha lasciato posto ad un lago grande come 25 campi dal calcio».

Indietro non si torna, ma tamponare i danni si può. Come? Innanzitutto, secondo gli esperti, facendo crescere la consapevolezza sulle cause e sulle conseguenze richiamando alla necessità di scelte consapevoli e coerenti sia a livello di policy, sia di sistema imprenditoriale, sia di singoli. Le aree alpine sono molto sensibili agli effetti del cambiamento: le temperature sono aumentate di quasi 2°C negli ultimi 120 anni, quasi il doppio della media globale e sono destinate a crescere ancora di più (previsti +2°C nei prossimi 40 anni).


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