«Curiamo le pecore  e vogliamo salvarle  Non siamo sciacalli»
Nicola Bertoletti riporta all’ovile una delle pecore ferita dal lupo

«Curiamo le pecore

e vogliamo salvarle

Non siamo sciacalli»

Parla l’allevatore che ha perso 18 ovini predati dal lupo in Val Fontana.

«Alcuni sono stati azzannati, altri sono morti di paura. Gli animali non sono abbandonati, saliamo tutti i giorni»

«Ne sta venendo fuori un problema politico, ma, a noi, questo, non interessa. Noi vogliamo solo salvare le nostre bestie».

Questo, è il punto, per Nicola Bertoletti, 46 anni, di Sondrio, che, col padre e i suoi collaboratori, gestisce un’azienda agricola, mucche e ovini, con sede a Sondrio e pascoli in Val Fontana. Erano sue le venti pecore, 18 per la precisione, morte in seguito alle predazioni del lupo, pochi giorni fa in Val Fontana, mentre, alcune, per fortuna, sono scampate alla razzia anche grazie al tempestivo intervento degli allevatori stessi, «che le hanno consegnate alle cure dei veterinari e salvate.

«Vorrei solo far capire alle persone - dice Nicola con la voce rotta, a tratti, dall’emozione -, che non siamo sciacalli che abbandonano i propri ovini alla mercé di intemperie, pericoli, e, in questo caso, grandi predatori. Le pecore, 230 in tutto, sono, sì, in Val Fontana, al pascolo, allo stato brado, ma non incustodite. Questo ci tengo a sottolinearlo, perché sta passando il discorso che portiamo gli animali a mezza costa per poi abbandonarli e andare a controllare una volta ogni tanto. Quando capita. Ma non è così. Sia io sia mio padre saliamo tutti i giorni a controllare, ma non possiamo starci anche di notte... Oltretutto, l’idea del lupo, non ci sfiorava proprio...».

E’ un punto che sta particolarmente a cuore, questo, a Nicola, e lo vuole rimarcare specificando che, fra l’altro, non si parla, in questo caso di hobbisti, ma di allevatori veri e propri. «Noi abbiamo un’azienda agricola e 800 ettari di pascolo in alta quota, sui 2.000 metri, in Val Fontana, e, ora, non sappiamo come affrontare l’estate - assicura -. Devo ringraziare l’Ats della Montagna, perché ci è sempre stata vicina, con i suoi operatori, e la dottoressa Ferloni, del servizio faunistico provinciale, che è sempre stata gentilissima. Però, per noi, vedere pecore e agnellini conciati in quel modo, è straziante. Perché solo alcuni sono stati veramente azzannati dal lupo: tanti altri sono morti di infarto, di paura, si pericolano nello scappare, e, da questo punto di vista, purtroppo, anche i recinti elettrificati, non sono il massimo, perché spesso rimangono impigliate le pecore stesse».

«Noi non siamo contro il lupo, per niente - assicura - e, anzi, quando ho visto la strage il 21 aprile scorso, avvenuta a circa 800 metri di quota, perché, solo dopo, le greggi si sono alzate, per scappare al pericolo, ho pensato all’opera di cani lasciati liberi, perché, spesso, accadono fatti gravi per questo motivo. Invece, all’Istituto zooprofilattico di Sondrio, ci hanno subito detto non essere opera di un cane, ma, probabile, di un lupo. Tuttavia, ripeto, noi non siamo qui a chiedere la testa del lupo o a voler ingigantire le cose per avere le sovvenzioni, i contributi. Siamo persone che lavorano e vivono con gli animali e li vogliamo proteggere, non sacrificare per i contributi, questo voglio che sia chiaro».

Attualmente, le greggi, si trovano sempre in Val Fontana, ma ad una quota più alta, recintate di giorno, in due grandi stalle di notte. Ma Nicola non si dà pace. «Siamo su e giù tutti i giorni - assicura - e chiediamo ai tecnici di Ats e della Provincia solo di aiutarci ad affrontare l’estate».


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