«Cantore d’umanità». A palazzo Muzio gli scatti di Pepi Merisio
Grande partecipazione all’inaugurazione dell’esposizione a palazzo Muzio (Foto by foto gianatti)

«Cantore d’umanità». A palazzo Muzio gli scatti di Pepi Merisio

È stata inaugurata nella sala Ligari la mostra che racconta vent’anni di civiltà agreste. «L’ossatura della sua poetica è lo scheletro contadino».

Una madre che cammina, scarponi ai piedi, con la schiena ricurva e sulle spalle la gerla. Sul capo un fazzoletto per ripararsi dal sole, un braccio sul fianco per sostenere il peso e l’altro allungato per dare la mano al figlio, anche lui al passo con donna, con una gerla piccola e leggera. Per lui è ancora un gioco “fare il grande”.

In questa fotografia, immagine scelta per la copertina del catalogo, è racchiuso il senso della mostra “Genti di Valtellina. Come eravamo uno sguardo al passato, per vivere meglio il presente e programmare il futuro” di Pepi Merisio, inaugurata venerdì nella sala Ligari del palazzo provinciale di Sondrio alla presenza di una vera folla.

Merisio, uno dei più grandi fotografi italiani e valtellinese d’adozione, è da sempre amato e apprezzato per quel suo essere, come ha detto Ida Oppici della delegazione sondriese del Fai (organizzatore dell’evento insieme all’Idevv), «fotografo poeta e cantore di umanità». I soggetti delle sue foto - mai rubate, ma sempre condivise con le persone ritratte - sono i protagonisti di una civiltà agreste, ricca di dignità. In tutto 88 le immagini esposte, una selezione di quelle che Merisio ha scattato in tanti paesi della Valtellina, dagli anni ’60 fino alla fine degli anni ’80 del Novecento, con un’attenzione per la Valmalenco dove, come ha svelato lo stesso fotografo, nel 1944 venne insieme ai salesiani. «Don Plinio Gugiatti guidava la spedizione - ha affermato Merisio -, mi ha fatto amare la Valtellina. Un “vizio” che ho attaccato anche ai miei figli».

Entrando nella sala Ligari si è abbracciati dall’arco fotografico fatto di “cuore” e di “memoria”. Orietta Bay, critica fotografica, ne ha offerto una lettura prima di tutto umana, poi stilistica proponendo una carrellata fra le immagini che raccontano un paesaggio meraviglioso, un vissuto quotidiano fatto della vendita del bestiame, della raccolta delle patate, della vendemmia e della fienagione che viene condiviso da tutta la famiglia.

Sguardo attento per la donna, «pilastro portante della società – ha rimarcato Bay -, forza del popolo e della famiglia, che insegna, tollera, media».

Infine gli anziani, sempre presenti come guide e ancora attivi nel lavoro. Foto che «non hanno bisogno di essere raccontate, ma di essere meditate. Vanno ascoltate perché sono esse a parlarci». Come Aldo Bonomi - pure presente per esprimere il suo pensiero - è sociologo, così Merisio è «antropologo – ha detto Bonomi -, perché scava nella dimensione della comunità. C’è una riflessione sulla comunità, oggi assente. L’ossatura della poetica di Merisio è lo scheletro contadino, senza questo non c’è manutenzione del territorio e non si produce bellezza». E per territorio si intende «la costruzione sociale» dei luoghi, da vivere non con nostalgia, ma con la gioia del ricordo.

La mostra è visitabile a Sondrio fino al 30 ottobre. Poi sarà allestita anche a Tirano, Caspoggio e in altre località della provincia.


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